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Nota dell'autore: questa versione del mio racconto nasce dall'esigenza di fornire un riscontro visuale alle vicende raccontate, e dovrebbe servire quindi a dare un'idea tangibile di come i fatti reali possono diventare comunque un racconto di fantasia. Grazie alla nostra digicam io e Sabrina abbiamo fatto quasi duemila foto, e solo ora mi rendo conto che avremmo dovuto farne altrettante per riuscire a soddisfare pienamente le esigneze di un racconto scritto per lo più "a posteriori". Colgo infine l'occasione per segnalare un paio di errori sfuggiti alla correzione: p. 21 (cap. 2, riga 4) "la mia jefa mi ha commissionato"; p. 28 (cap. 4, data) "lunedì 7 luglio 2003"; p. 50 (cap. 6, terzultima riga) "1,50 €/bottiglia". Nel caso in cui qualcuno trovasse altri refusi, sarei grato di riceverne comunicazione... LEGENDA: cliccando sul link azzurro si aprirà una foto; cliccando sul link rosso si aprirà un sito.
Mirko VisentinVOYEUR IN BARCELLONA1. Metro
1. MetroVallcarca (Ya está arrivato…) Carrer de Rocafort, 7.30 de la mañana del 4 luglio 2003. Dall’ufficio. Oggi mi scade l’abbonamento trimestrale. Anzi, a dire il vero mi è scaduto un mese fa, ma ha continuato ad andarmi per uno dos tres cuatro cinco seis días e così ho capito che quel giorno, quando me lo sono fatto rifare perché si era rovinato portandolo in tasca dei jeans, il tizio della biglietteria ha sbagliato a mettermi la data di scadenza. E visto che però sul retro della tessera c’era scritto il.limitat fins el 04/JUN/03, cos’ho fatto? ho cancellato con un po’ di saliva la N di JUN, in modo che se mi fermava il controllore pensava che c’era scritto JUL, e non mi faceva storie. Ma in fin dei conti che cazzo me ne frega adesso? Non ho più voglia di seppellirmi vivo, andata e ritorno, tutti i giorni casa>ufficio>casa. Da lunedì cambio vita. Da lunedì vado in bicicletta. Già lo avevo provato l’anno scorso, quando io e la mia ex eravamo venuti a trovare mia cugina che era qui in Erasmus, e una domenica mattina che eravamo in giro con suo moroso che qui faceva il fotografo di professione e quel giorno doveva partecipare ad un concorso tipo “fai un po’ di foto in giro per la città che se ci piacciono ti premiamo con una macchina fotografica digitale”, io mi offro volontario per portargli a casa di mia cugina la bici, che a lui rompeva perché doveva fare le fotografie, no?! E in realtà mi ero offerto perché quella mattina non ero riuscito ad andare in bagno e in quel momento mi scappava proprio da cagare e quello era il modo più veloce per arrivare a casa. Be’ insomma: scendere via Layetana verso il mare che è tutta dritta e in leggera discesa è stato il massimo della vacanza. È pure per questo che quando ho deciso di partecipare al Leonardo per fare uno stage all’estero ho scelto Barcellona, anche se l’hanno sconsigliata tutti, perché mia morosa mi ha lasciato proprio subito dopo le due settimane qui, da mia cugina. A un certo punto, durante quei quindici giorni, si era incupita, e un po’ alla volta era quasi arrivata ad evitarmi. Tornati a Venezia mi aveva detto qualcosa tipo: Così non può continuare, non è più come una volta, mi sento sempre più a disagio con te... Io avevo cercato di farmi dare delle spiegazioni, perché cazzo!, non si molla uno così senza motivo: C’è forse un altro? No, non c’è nessun altro... comunque tu lo sai il perché. E non aveva detto più nulla. Be’, tutti erano un po’ preoccupati prima che partissi, perché effettivamente quella era stata la mia prima storia con una ragazza dopo i tempi delle medie, ed era stata una storia vera, completa, fatta anche di sesso e non solo di baci e sguardi e continuavano a dirmi: Fai bene ad andartene per qualche mese, sì, ma non proprio a Barcellona, cazzo, altrimenti non la dimenticherai mai! E se io dicevo che lei non aveva colpa e che io la amavo ancora etc. etc. continuavano dicendo che l’avevo idealizzata troppo, che mi aveva preso per l’uccello, che dovevo trovarmene un’altra ma diversa etc. etc. ma lei davvero non aveva nessuna colpa, cazzo!, e poi che senso aveva dimenticarla a tutti i costi? non potevo continuare ad amarla, così, per i fatti miei? E poi resta il fatto che Barcellona l’anno scorso mi è piaciuta troppo, perché c’ha il mare e la montagna che le entrano dentro e guardare lo spazio infinito dell’acqua, oltre la città, dal Parc Putxet o dal Parc Güell o dal Tibidabo, toglie il fiato. De todas formas, qui sono venuto e qui sto facendo pratica in una casa editrice. Fare l’editore è il mio sogno, anche se non lo sapevo mica quando ho iniziato a studiare Lettere. Il fatto è che una volta laureato ho ripreso a smanettare con il computer, ma non per programmare, come quando studiavo informatica all’ITIS, ma per fare grafica tipo volantini, locandine, siti web, fanzine e qualche libretto di racconti o di poesie di un mio amico scrittore. Ed ecco allora che quando chiedo a questa piccola editorial barcellonese di fare lo stage da loro mi prendono subito proprio perché posso dargli una mano a impaginare i libri, a fare le copertine, a sistemare il sito etc. etc. ma come dire con una certa sensibilità... Così pensavo, quando sono arrivato. E invece la jefa, la editora la titolare, insomma, perché trattasi di donna appena viene a sapere su cosa mi sono laureato mi dà da scrivere un saggio sulla tradizione di certa poesia popolare spagnola e italiana cinque-secentesca ambientata nei bordelli, illudendosi che riesca non solo a finirlo prima della partenza, ma anche a seguirne la traduzione, l’impaginazione, la stampa etc. etc.: insomma, a produrlo. Invece mi sa tanto che non finirò neanche di scriverlo col casino che ci ho in testa in questi mesi. Perché in questa città non riesco a concentrarmi, sono distratto da troppe cose, troppi stimoli per uno che viene da un paesino di campagna incastrato nello sterile nordest d’Italia e che d’un botto abituato com’è a vedere sempre le stesse facce, sempre le stesse cose, giorno dopo giorno si trova a vivere in mezzo a qualche milione di persone e specialmente ragazze tante, troppe ragazze. E poi c’è il fatto di quest’architettura stratificata... Troppe, troppe cose da registrare troppe vite da osservare, particolari da inseguire troppe cose da metabolizzare. Dicevo, la bicicletta. È stato un mio collega stagista argentino a prestarmela, un ragazzo di origine italiana ¡claro! e che beve mate dalla mattina alla sera ¡claro! Lui ne ha comprata una nuova da poco, di bici, e quella vecchia può lasciarmela fino a quando finisco. Trattasi di mountainbike in ferro battuto con copertoni consumatissimi, ma a me che me ne frega? Tanto io da domani cambio vita da domani vado in ufficio in bicicletta. Peccato solo che non posso fare Gran de Gràcia in contromano, perché sennò sarei un fulmine alle settemmezza del mattino a scender desde Vallcarca hasta la editorial, in Gran Vía, quando in Passeig de Gràcia non c’è nessuno, e con la pendenza che c’è in un attimo starei girando su verso Plaça d’Espanya. Oddio, a dire il vero mi dispiace un po’ non prendere più la metro, perché è incredibile cuantas chicas si incrociano nelle ore di punta, specie nel tunnel che porta dalla verde alla rossa, sotto Plaça Catalunya, che da tanta gente che c’è la TMB ha dovuto mettere le strisce per terra come nelle strade: e che di merda che ci sono rimasto la prima volta, quando ho visto che la gente le rispettava, che ognuno camminava nella sua corsia. Roba da matti! E io che pensando fosse uno scherzo di qualche pubblicitario me la ridevo pensando: cabrones! E invece era tutto vero, tutto voluto e fatto in nome della sicurezza dall’onnipresente municipalità de Barcelona. Altro che Tots Movem Barcelona Tutti Muoviamo Barcellona. Lo slogan dell’azienda dei trasporti metropolitani dovrebbe essere Tota Movem Barcelona Muoviamo TUTTA Barcellona perché la mattina presto nel tunnel che va dalla verde alla rossa c’è il disastro di gente e ci sono sempre un monton di ragazze che ti vengono addosso se non rispetti le corsie, e c’è davvero da volverse loco, specie quando indossano certe gonne dal ginocchio tagliate a mo’ di sottoveste, con l’elastico sottile in vita, di cotone misto lino, a trama larga, o anche certi pantaloni ampi dello stesso tessuto, che anche se non sono proprio attillati, quando si appoggiano su un culo come si deve si infossano leggermente nel fesso e per quanto scuro sia il tessuto hanno sempre un che di trasparente che ti fa per lo meno intuire cosa c’è sotto, se un tanga o un perizoma o, meglio ancora, una favolosa mutandina a vita bassa. Mai però che mi giri a guardarle quelle che incrocio questo no. Semmai sono disposto a cambiar percorso a ritardare di qualche minuto se una vestita come dico io mi si para davanti, oppure se da distante vedo una che penso possa piacermi, e per curiosità di vederla invece di girare che ne so a sinistra verso il marciapiede della linea verde tiro dritto verso la gialla. Tanto alla editorial non è che abbia un orario fisso, e poi a casa non c’ho nessuno che mi aspetta. Ma il fatto è che nella metro può succedere di tutto, come quella volta, poco tempo fa, quando era da un pezzo che vedevo una tipa che prendeva la verde con me a Vallcarca, sempre alla stessa ora, ogni mattina; una tipa che mi ero messo a fissare da quando avevo cominciato ad andare in ufficio un po’ più presto per trovare meno gente in metropolitana e meno caldo per la strada, e la fissavo perché mi ricordava tanto la mia ex, cioè aveva anche lei le lentiggini e gli occhi grandi beige, ma era più magra e meno formosa por lo general, e con un culo anche lei splendido, fasciato com’era nei jeans stretti scampanati, che non si vedeva che tipo di mutande portava, no lì si vedeva il paradiso. Vai avanti a fissare una di nascosto per un mese tutti i giorni, tutte le mattine a imparare quante magliette ci ha in armadio, quante scarpe borse jeans e che libri legge, e se è andata al mare ed è più abbronzata etc. etc. alla fine te ne innamori senza neanche accorgertene ¡claro! senza conoscere la sua voce, il suo nome, cosa fa nella vita. E alla fine anche lei comincia a guardarti, a guardare ’sto qua che è da un mese che la fissa di continuo e così capita un giorno che, dopo essere scesi tutti e due alla stessa parada della metro, alla fine delle scale mobili, prima di uscire uno da una parte uno dall’altra della Gran Vía, questa mi guarda dritto con i suoi occhi grandi beige e mi fa un sorriso come per salutarmi, e io abbasso gli occhi vergognandomi per quel mese di spionaggio. Ma il bello viene un paio di giorni dopo, uno di quei giorni mezzo di festa qui a Barcellona, quando non sai mai se è effettivamente festa o no, e mezza gente è a casa da lavoro mezza no boh! e quindi la metro quella mattina arriva per tre quarti vuota, e quasi senza che ce ne accorgiamo ci sediamo uno a fianco all’altro. Io subito comincio a sudare e faccio finta di leggere l’ultimo libro pubblicato dalla mia jefa anche se in realtà non ce la faccio a leggere con lei così vicina e sfoglio nervosamente le pagine finché mi fisso a guardare se la copertina è stata stampata bene, se ha errori e cose del genere, perché l’ho disegnata io e mi romperebbe, e poi perché guardare mi costa meno che leggere. Per farla breve, lei a un certo punto parte con un: Sis plaus... E io: Perdona, no entiendo catalán, soy italiano, sólo hablo castellano... ¡Italiano! fa lei: ¡Estuve en Italia el año pasado! ¡Me gustó muchísimo! Y... ¿Italiano de dónde? Insomma mi dice che è stata in Italia l’anno passato e che le è piaciuta un casino e mi chiede di dove sono esattamente. Venezia dico io laconico e lei: ¡Benessia! ¡La que prefiero! Bueno, sólo quería preguntarte el título de ese libro. Tiene buena pinta. ¿De quién es? Lei mi chiede il titolo del libro perché dice che le interessa, almeno a vederlo, così, e mi chiede di chi è. E io glielo dico: le dico che è l’ultimo libro della editorial dove sto facendo pratica e che la copertina l’ho fatta io e... Non riesco a finire che lei è già pronta a scaricarmi una vagonata di complimenti e di esclamativi, perché dice era proprio la copertina che le piaceva tanto, che la trovava proprio bella etc. etc. finché non ce la faccio più e mi lascio scappare un: Mai bella quanto te... Non so in che cazzo di spagnolo che gliel’ho detto, perché non è una frase che si usa spesso tipo ¿cómo te llamas? ¿cuántos años tienes? ¿de dónde vienes? etc. però credo che abbia capito più che bene, perché abbassa gli occhi e diventa rossa, ossia le lentiggini diventano più scure e gli occhi grandi beige quando li rialza sono ancora più chiari e belli. Intanto le paradas passano al ritmo di questo tango che mi batte nelle vene e che lei sente di sicuro perché le nostre braccia sono attaccate, la sua pelle liscia abbronzata e di pesca sulla mia. Arriviamo a Catalunya e lei non scende e io non scendo. Così mi chiede se oggi non lavoro visto che non scendo a Catalunya, come gli altri giorni. E io che praticamente non mi sono accorto che Catalunya è già passata le dico, anche un po’ stranito: Sì che lavoro... E lei: Bueno, yo no, porque hoy me voy a la playa... E infatti avevo già notato che non era vestita come tutti i giorni, ma indossava un vestitino bianco che quando si alza per scendere a Dressanes, alla fine de las Ramblas, salutandomi con un Hasta luego più megasorriso, si vede che porta lo stesso costume tanga della pubblicità di H&M, con i laccetti che le fan grumo sui fianchi stretti e a me non resta che salutarla, pensando triste che altri la vedranno, oggi, mezza nuda mentre toma el sol, e io davanti al mio ordenador portatil a farmi seghe mentali. Insomma sono sceso a Paral·lel, la parada successiva. Non mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ero fuori di me, stavo facendo una cosa che non avevo mai fatto che non pensavo di essere capace di fare. Forse solo non volevo perdermela, così, dopo un mese di sguardi, e proprio oggi che mi aveva parlato con quella scusa insulsa della copertina. Prendo il 57 in direzione Barceloneta, sperando solo che davanti ci sia un 64 e che lei lo prenda, o che comunque sia già riuscita a prendere un qualsiasi bus prima, perché ritrovarmela davanti, così, dopo neanche 10 minuti che ci siamo lasciati e lei convinta che io vada a lavorare non l’avrei retto. Mentre mi avvicino alla spiaggia della Barceloneta riesco anche a pensare lucidamente a come procedere nella ricerca. Per fortuna non è che sia tanto lunga, come spiaggia, e prendendola dalla punta estrema camminando verso Vila Olímpica ci metto un’oretta e mezza al massimo: ma vuol dire avere una sfiga della madonna se è andata a cacciarsi così in fondo! Mentre arrivo all’ultima fermata della Barceloneta guardo se per caso tra i mille ristoranti di pesce c’è una fioreria. So che è un’idea del cazzo quella di presentarsi con una rosa, manco fosse Sant Jordi, però un po’ alla volta stavo rinsavendo e mi stava prendendo un panico tale che ho cercato appiglio come un naufrago a quella soluzione pateticamente romantica che avevo sempre criticato al mio amico Alberto. Scendo dal bus, trovo un fiorista aperto, compro una rosa che vale una fortuna e che non è nemmeno tanto bella e mi metto alla ricerca. Cosa per niente facile, va aggiunto, vista la marea di ragazze che tappezzano tette all’aria quella strisciata di sabbia che qui chiamano playa: una sabbia che è per lo più pietrisco fastidioso e pungente, portato qui da chissà dove quando hanno rifatto il litorale. Camminare sul bagnasciuga, poi, è impossibile, perché è una specie di rampa a 45° sull’acqua. Così mi metto sulla scia dei mille venditori di bibite che camminano a zig-zag tra le teste della gente con gli enormi borsoni umidi sulle spalle sibilando senza tregua: servesa cola fanta agua frìa... ’cacola làit. Provo a non farmi distrarre dal monton de tetas y culos nel quale sono immerso perché sto cercando LEI, e devo stare attento a riconoscerla: metti che ci abbia un cappello e gli occhiali da sole: addio! E anche se faccio di tutto per resistere, dopo dieci minuti sono ubriaco, assuefatto da tette e culi, belli e brutti fa lo stesso e miriadi di vagine impacchettate in morbida lycra... Il sole intanto cominciava già a picchiare da insolazione e io ero lì senza neanche un berretto, con la polo nera, le scarpe da ginnastica, lo zaino con il portatile che mi spaccava la schiena e una sete boia. Vedo a tre metri da me un servesa-cola-fanta-agua-fría fermo con la borsa aperta, mi avvicino dicendogli: ¡Hola amigo! Por favor una cola helada, que me estoy muriendo... Lui, girandosi, si sposta e dietro chi c’è? Sì, proprio lei, che mi guarda con una faccia di pietra, con gli occhi grandi beige spalancati, la lattina di Fanta ferma a cinque centimetri dalle sue labbra encantadoras mezze aperte verso il refrigerio della bibita sì, proprio lei, con le tette fuori come tutte le altre e a fianco un lui non meglio identificato ma di colore nero buttato a pancia in giù e io come un coglione, lì, vestito di nero, zaino in spalla, faccia sudata, e una stronza rosa in mano... Devo avergli lasciato cinque euro al servesa-cola-fanta-agua-fría non lo so perché senza neanche ringraziarlo mi sono fiondato verso la strada buttando sabbia in bocca a todo el mundo, che tanto a me che cazzo me ne fregava dopo quello che avevo visto e la figura di merda che avevo fatto?
2. BibliotecaBaixada de la Gloria. 04/07/03 h. 23.30. Dall’estudio. Le prime settimane, qui a Barcellona, ho passato un sacco di tempo in biblioteca, per portare avanti quel lavoro sulla poesia de burdel che la mia jefa mi ha commissionato già il primo giorno di lavoro. La più bella, come struttura ma anche la più ricca per materiale è la Biblioteca de Catalunya, ¡claro!, che fatalità si trova in un palazzo medievale in pieno Raval, il vecchio barrio chino, ossia il quartiere dove Barcellona, da brava città di mare, per secoli ha ammassato las putas che dovevano alleviare la solitudine dei marinai che facevano scalo al suo porto. Per lo meno fino al momento della pulizia generale fatta in occasione delle olimpiadi del ’92, quando a colpi di ruspa il comune di Barcellona ha gettato a mare la merda sociale che imbrattava i quartieri confinanti col porto, più o meno da metà Ramblas in giù. Qualcosa rimane ancora oggi, ma è poca roba, quasi un’attrazione turistica per gli amanti dei gialli di Manuel Vásquez Montalbán che qui vengono a cercare la casa di Charo, la morosa-puttana del detective Carvalho. Ma la biblioteca che mi piace di più frequentare è quella dell’Universitat de Barcelona, a due fermate di metro dalla editorial, perché qui, in mezzo a tutti questi studenti, mi sembra di tornare all’università pure io. Poi c’è anche da dire che essendo la sede di ispanistica la biblioteca è molto fornita e anzi è proprio qui che ho trovato un testo importantissimo per il mio saggio, perché getta un ponte spaventoso con la tradizione “alla bulesca” veneziana di metà cinquecento. Si tratta della storia in versi di due ruffiani che sul far della notte escono dal loro rifugio e se ne vanno in giro vantandosi di delitti e soprusi inverosimili, e facendosi belli del proprio coraggio. Insomma, ’sti due sono talmente coraggiosi che quando vedono venirgli incontro quattro guardie armate cosa fanno? scappano di corsa verso il bordello dove lavorano le loro protette, ¡claro! Una di queste sta baruffando con un pastore, che l’accusa di avergli rubato i soldi. Ritrovato guarda caso il coraggio, i due ruffiani si buttano sopra il povero pastore minacciandolo di morte. Gli concedono però la possibilità di confessarsi per l’ultima volta e qui viene il bello, perché l’ingenuo pastore se ne esce con una riga di atti contro natura, tipo che si è scopato una pecorella e una capretta fino ad ucciderle. Ma la cosa più ridicola è quando descrive la trombata con la mula e di come ha scoperto l’arte della masturbazione... La burra bardina do viene mi hato, Estando una tarde cabo una fuente, Supo me también, torneme el regosto. [La mula da monta che sta col mio gregge/ adesso vi racconto proprio un bel mistero / mi mise le sue anche, per fare adulterio,/ a cavallo del mio pene./ Vedeste poi, nel giro di poco,/ l’asina come masticava e io giù a darle senza timore;/ lei che beveva, io che la tenevo buona./ Se ne venne con me, lasciò il somarone. Essendo una sera vicino a una fonte/ mi sdraiai per terra, e con sommo piacere/ vidi la mia natura più tesa di un palo;/ la toccai con il dito ed era bollente,/ vidi che era assai luccicante/ e variegata di molti colori./ Con tre strofinate gettai via gli umori:/ chi vi dicesse altra cosa, ditegli che mente. Non appena mi ripresi tornai a quel piacere./ Con tale caparbia provai la mia ostinazione;/ ore di notte, ore di giorno,/ ore su ore per tutto un agosto./ Tanto spremetti che ebbi di mosto/ le vesti imbrattate e mezzo corpetto;/ nemmeno per questo diminuii la razione/ a quattro vacchette di Mingo Somosto (sic.)] Me la stavo ridendo leggendo queste cose, lì alla biblioteca dell’università, quando gli occhi mi cadono su una tipa ligia al suo dovere di studentessa, qualche tavolo più in là. Una di quelle che quando studiano si mettono gli occhiali sottograduati, anche se sono vecchi e fuori moda, e si raccolgono i capelli alla meno peggio fissandoli con una matita, e non badano tanto all’abbigliamento, perché loro quel giorno devono andare in biblioteca a studiare e non a fare shopping o conquistare cuori solitari come il mio che però quelle così le preferisce, perché sono più spontanee e a guardarle così da distante sembra di avere la password per la loro intimità. Anche mia morosa, la mia ex, quando andavamo in biblioteca a studiare usava gli occhiali vecchi sottograduati e si raccoglieva i capelli con la matita e si vestiva senza pensarci su... A vederla così, un po’ eterea e un po’ sfigata, non l’avresti creduta tanto sensuale e carnale, la mia ex. Io almeno non l’avevo notata ’sta cosa, all’epoca del corso di dialettologia, anche se è vero che emanava una strana energia che a un certo punto mi ha spinto a guardarla con insistenza, ad osservarla giorno dopo giorno, lei in primo banco, io in ultimo... Insomma, gli occhi mi cascano su questa studentessa e quando mi accorgo anche della sua scollatura generosa penso che potrei provare ad applicare le teorie sulla telepatia e sulle correnti energetiche di pensiero che lo stagista argentino che mi ha prestato la bicicletta mi aveva esposto il giorno prima mentre sorseggiavamo dell’amarissimo mate, lì nell’ufficio dell’editorial. Inquadrato per bene l’obiettivo tra le teste degli altri studenti, lo fisso e idealmente lo penetro concentrandomi sull’immagine di me che con due dita le abbasso lentamente la scollatura fino a far debordare quei due grossi seni oltre la canottiera, poi esagero, e con le mani li avvicino tra di loro e ci ficco la testa in mezzo e... Incredibile: con uno scatto improvviso la tipa si afferra le spalline della canottiera dalla base e le tira verso l’alto, poi si sistema il bordo dietro dei jeans, poi si scoglie i capelli e se li riprende nuovamente, infine prende il blocco degli appunti e lo usa per farsi aria, a mo’ di ventaglio. Diavolo di un argentino, avevi proprio ragione!
3. ZaraDall’ufficio della editorial, lunedì 7 luglio 2003, ore 9.00. Visto che por el fin de semana non avevo quasi mai niente da fare, e girare Barcellona da soli, sì, è bello, ma poi ti stufi, anche perché le cose son sempre quelle; insomma, a un certo punto ho provato a chiedere da Zara se mi prendevano per mettere a posto sugli scaffali la roba che i clienti si provano ma non comprano. E mi hanno preso. Zara nella persona del suo fondatore, Amancio Ortega, el hombre más rico de España, sfuggente e misterioso come ogni galliego che si rispetti rappresenta il Benetton spagnolo: il tipico self-made-man che ha cominciato facendo il commesso e che nel giro di un paio di decenni si è ritrovato per le mani un impero dell’abbigliamento, con negozi sparsi capillarmente in Spagna e poi in Europa, in Asia e in America. Mi ha raccontato la mia jefa che quelli di Zara hanno un esercito di stilisti che viaggiano a rotta di collo per il mondo immergendosi negli ambienti frequentati da giovani, tipo università, discoteche, locali e prendendo spunto dal loro modo di vestire per creare modelli sempre nuovi che due volte alla settimana vengono spediti nelle oltre 1000 tiendas sparse per il mondo. Merce prodotta in un’infinità di laboratori di confezioni sparpagliati per il nord della Spagna, ma anche in Marocco o almeno così si dice. Anzi: ultimamente hanno avuto anche rogne legali perché la polizia ha beccato dalle parti di Santiago una nave di proprietà di tale Luis el chino (alias Wei-Jiong Liu) nella quale una ventina di cinesi lavoravano in condizioni di semi-schiavitù ad una partita di roba che, a quanto dicono, portava il marchio Zara. De todas formas, il 90% dei clienti di Zara sono strapezzi di fighe spagnole, inglesi, tedesche e perfino giapponesi (che di solito son brutte ma ultimamente, forse per qualche incrocio strano di razze, ne sono venute fuori certe che son proprio carine, e che poi sanno vestirsi in modo giusto, che quasi non sembra neanche che c’hanno tutte le gambe storte e il culo che scopa per terra) e francesi (che mi stanno in culo ¡claro!, come tutti i francesi ma che sono quasi tutte fighe anche loro e poi si sa che sono porche, altrimenti non si direbbe bacio alla francese quello con la lingua e pompino alla francese quello con l’ingoio). Insomma, tutte ’ste chicas si ammassano tra il venerdì e il sabato davanti ai camerini dei duecento Zara sparsi per Barcellona formando code spaventose, tutte con vagonate di capi in mano anche se la regola vuole che nei camerini si possa entrare solo una per volta e con al massimo sei pezzi. E invece finisce sempre che per evitare sommosse e ribellioni le commesse addette ai camerini chiudono tutti e due gli occhi e allora viene il bello, tipo quando certe entrano addirittura in tre e per muoversi meglio lasciano la porta mezza aperta, fregandosene di stare a mostrare i loro culi perizomati a tutti, ché loro devono provarsi più roba possibile e comprare comprare comprare. E io vado a nozze, ¡claro!, visto che la mia postazione è spesso proprio davanti ai camerini, a piegare e mettere sugli stands i capi che non vengono comprati. Ma una volta mi è capitato anche di meglio: ero accovacciato dietro ad uno stand del reparto biancheria intima per sistemare una riga di perizomi da urlo che erano caduti per terra, e già ero eccitato per i cazzi miei immaginandomi il potenziale contenuto di quegli striminziti agglomerati di lycra colorata, quando mi accorgo che dall’altra parte c’è una tizia che si sta sbottonando la camicia. E che cazzo fa questa? mi chiedo stupidamente. Stupidamente, sì, perché era claro che ’sta qua, fottendosene di code, camerini e tutto il resto, era intenzionata a provarsi di nascosto uno dei reggiseni a fascia da euro 9,90 che avevo sistemato giusto dieci minuti prima. Tanto un modello così te lo provi anche senza togliertela, la camicia o no? Insomma, son rimasto lì fermo immobile senza neanche respirare aspettando l’inevitabile. Avrà avuto appena una seconda, ma cazzo se erano belle!, con quella forma quasi acerba e quei capezzoli duri per l’aria condizionata. Gliele guardavo con una voglia matta di accarezzarle e invece mi toccava sfogarmi con gli striminziti perizomi che stritolavo tra le mani. ¡Ahi!, que pena horrenda... Io la guardavo, lei non mi vedeva, e pensavo a quel giorno d’estate nel negozio di parrucchiera di mia zia, quando grazie a non so che gioco di specchi sono riuscito a vedere le mutandine di pizzo bianco tra le gambe leggermente divaricate di una sua cliente. Io avrò avuto dodici anni, lei ne avrà avuti 35, ma era una bella donna, mora, scura di carnagione, con una gonna chiara che forse si era tirata su un po’ troppo per il caldo insopportabile di quell’ambiente piccolo e senza aria condizionata. Insomma, lavorare da Zara mi piace proprio, gli occhi vagano dappertutto alla ricerca di qualche particolare intimo da rubare, la mente vola ad ogni gonna un po’ più leggera che rivela la rotondità di un culo perizomato, ad ogni porta di camerino chiusa male, ad ogni scarpa da ginnastica che lascia il posto ad un sandalo col tacco. Però l’altro ieri no se que pasó: di pietra, duro, encantado... Verde que te quiero verde. Verde la sua giacca lunga, manica trequarti. Verdi i pantaloni, ampi leggeri. Neri i mocassini, sabot-babbuccia. Nero il velo che le avvolgeva la testa di capelli neri. In mezzo a quel puttanaio, a quel monton di culi tette piedi, era impossibile non notarla. Perché non era solo bella: era diversa ed era verde... Verde que te quiero verde... La guardavo girare quasi disinteressata per gli stand di Zara, mentre palpava qua e là il tessuto di rari capi dal taglio semplice, colori tenui. S-ciabattava con grazia i suoi mocassini neri, lasciando intravedere ad ogni passo il tallone candido di un piede olivastro. Come il suo viso pelle di seta. Naso arabo aquilino. Occhi grandi scuri intensi ed era verde... Verde que te quiero verde. [tutto il testo in italiano] [tutte le poesie di Lorca in spagnolo] [Verde che ti voglio verde./ Verde vento, verdi rami./ La barca sopra il mare/ e il cavallo sulla montagna./ Con l’ombra nella cintura,/ lei sogna al suo balcone/ verde carne, capelli verdi,/ con occhi di freddo argento./ Verde che ti voglio verde./ Sotto la luna gitana, / le cose la stan guardando/ e lei non le può vedere... Federico García Lorca, Romancero sonámbulo, vv. 1-12] D’un botto son spariti tutti ed è rimasta solo lei. Io... io c’ero, ero lì che la guardavo, come le cose lì intorno, ma lei non poteva vedermi. Perché è proprio il mio destino, c’è poco da fare: mirar sin ser mirado guardare senza essere visto. (E ya está)
4. BiciclettaMañana del 21 de julio ’03 (lunedì). Dall’ufficio. Oggi sono ormai due settimane che scendo in bicicletta fino a Rocafort, ed è davvero una figata. Io vivo a Vallcarca e vivo da solo. Ho passato i primi due mesi compartindo l’appartamento con altri ragazzi, ma l’ho fatto solo per risparmiare un po’ di soldi della borsa di studio e potermi permettere così di vivere gli ultimi quattro in questo estudio tutto mio, anche se un po’ fuori mano. Quegli stronzi, per 200 euro al mese mi avevano rifilato un buco di stanza con una cazzo di finestrella che dava nel patio interior, ossia quello dei bagni e delle cucine, così che non se ne parlava nemmeno di aprire la finestra in certe ore del giorno, a meno che non volessi ciucciarmi la merda della gente di tutto il palazzo: merda vera e merda cucinata, ¡claro! Il bagno lo dividevo con un tipo francese, zozzo da brivido, che non tirava mai l’acqua quando andava a pisciare e che quando cagava, per nascondere la puzza, ci spruzzava sopra un deodorante francese osceno proprio come lui. E poi la cucina era una cloaca: piatti, pentole, bicchieri, tutto era unto, e il frigorifero traboccava di roba andata a male. Per non parlare del divano: sembrava che ci facessero tutte le sere delle cene aziendali tanto era pieno di avanzi di ogni tipo. In realtà davvero non so cosa facessero, se ci mangiassero e poi ci scopassero su quel divano, perché io piuttosto di starmene a casa la sera me ne andavo in giro da solo per la città, anche se poi finivo sempre in ufficio a navigare in internet o a lavorare, perché col cazzo che Barcellona è la città che non si spegne mai: Barcellona di notte, dalla domenica al giovedì, è un mortorio unico, e se si anima un po’ è il venerdì e il sabato, perché il giorno dopo non si lavora. Lavorare lavorare lavorare: questo è il motto dei catalani, proprio come da noi, a nordest. E io allora cosa facevo? Lavoravo anche di sera, ¡claro! Ma i primi due mesi li ho vissuti male anche perché per Barcellona girava lo spettro di me e mia morosa assieme, quelle due settimana da mia cugina e non era cosa facile da digerire. Credo sia stato in quel periodo che, senza accorgermene, la città mi è andata in culo, a parte il microcosmo della editorial la jefa, suo marito, l’argentino. In quel loculo di stanza stavo da suicidio però pagavo relativamente poco, e così sopravvivevo aspettando giorni migliori. Finché appunto non ho fatto un po’ di conti, sono andato in un’agenzia di fincas e mi sono scelto l’appartamento più economico che avevano, qui a Vallcarca. Vallcarca è fuori dal centro storico che è il barrio gótico fuori dalla prima fascia residenziale fine-ottocentesca che è l’Eixample oltre il primo paesetto che fu inglobato dalla città che cresceva che è il barrio de Gràcia. Vallcarca è un po’ in culo al mondo, ne convengo: periferia di palazzi neanche tanto alti ma schifosamente moderni e di vecchie case costruite sul lato della collina del Parc Güell quello di Gaudí che a vederle sotto il sole di mezzogiorno ti sembrano la baraccopoli di una metropoli mediterranea in via di putrefazione. Vallcarca però ha di bello che è un po’ in collina e la sera almeno vien giù un po’ di arietta fresca dal parco, che è proprio sopra dove vivo io. E poi, sempre per il fatto che Vallcarca è in collina, a scendere in ufficio in bicicletta si va da dio. Esco di casa, faccio un centinaio di metri su verso il parco, bici alla mano, e finalmente prendo Carrer de Verdi che scende stupendamente per un paio di kilometri tagliando tranquilla il barrio de Gràcia. È incredibile come non ci sia nessuno alle settemmezza del mattino per questa strada che alla sera è una delle più vive di tutta la città, piena di ristoranti mediorientali e con il cinema più figo di tutti, il Multisala Verdi, dove danno solo film in lingua originale sottotitolati in spagnolo. Dicevo: faccio tutta carrer de Verdi senza fermarmi a neanche uno dei mille mini-incroci che ci sono ogni cento metri, e prima di arrivare alla fine taglio un po’ verso destra per uscire giusto all’innesto con Passeig de Gràcia, la via chic di Barcellona, con la Casa Pedrera e la Casa Battló di Gaudí e tutti i negozi e i ristoranti e le taperias pela-turisti, che alla mattina presto però è ancora deserta, e non si vede anima viva fino quasi a Plaça Catalunya. Così prendo la corsia dei bus, e sperando nella clemenza dei semafori, mi getto verso il mare, anche se so che non lo raggiungerò mai e che una volta arrivato al librone di ferro piantato all’incrocio con la Gran Vía dovrò virare a destra e da lì mettermi a pedalare sul serio fino all’ufficio. Però che sensazione sfrecciare senza fatica nell’aria pungente della mattina... Meno bella la sensazione che il primo giorno ho provato al ritorno, praticamente tutto in salita. Bravo coglione a non tenerne conto! Sicché, sotto il sole giaguaro dell’una, quella volta sono arrivato a casa cotto, e sono crollato a letto. Non pensavo mica fosse così dura risalire da Gran Vía a Vallcarca, e invece cazzo se tira! E poi la bici che mi ha prestato l’argentino non è che sia un gioiello, pesante com’è. E insomma, da quella volta in poi, a seconda del calor che fa, ogni giorno valuto se tornare in bici o con la metro. Cosa che mi sta ancora più sulle palle, perché muoversi tra la massa con in più la bicicletta è da impazzire. L’unica consolazione è che così vedo un po’ di chicas anche se a dire il vero mi rompe l’idea di rivedere la tipa lì, dopo la figura di merda che ho fatto, che per evitare poi di ribeccarla tette all’aria col negrone 3mt x 2 ci ho messo un bel po’ prima di scendere di nuovo alla spiaggia della Barceloneta. Comunque, è proprio figo girare per la città con la bicicletta! I miei posti, la campagna dove sono cresciuto, il mio paese, li ho girati tutti in bici fin da piccolo, quando la domenica, con mio papà, andavamo a farci i giri la mattina prima di mangiare. E facevamo anche 40 km in un colpo solo, mica cazzate! Poi ci fermavamo a bere qualcosa lui uno spritz con l’oliva e io una spuma mentre le nostre due bici, fuori, stavano in piedi da sole, una addosso all’altra. Che genio che era mio papà, quando faceva queste cose, agli occhi del me di allora io così piccolo e biondo e curioso, che come un’ombra, zitto, gli stavo sempre dietro per vedere cosa faceva con quelle mani tuttofare, e poi cercavo di imitarlo, nei noiosissimi pomeriggi d’estate passati in garage tra i pezzi di scarto del suo lavoro e i suoi vecchi attrezzi. Crescendo ho continuato a girare in bici per il mio paese, esplorandone ogni stradina, ogni angolo; e lo stesso ho fatto durante l’ultimo anno di università, a Venezia, quando con la mia ex siamo andati a vivere nel monolocale sopra al negozio di maschere di sua mamma, vicino alla facoltà, e di sera o all’alba ci divertivamo a perderci a piedi per quello splendido labirinto di calli, campi, campielli, inventandoci storie di cortigiane e libertini sulla falsariga delle poesie di Baffo, di Venier, di Giustinian, o delle prose dell’Aretino. Finché lei non cominciava a guardarmi con quegli occhi lascivi e io, col sangue bollente e pulsante sotto la patta dei pantaloni, la prendevo per un braccio e la trascinavo a casa, la spogliavo, la baciavo, la leccavo, la scopavo e una volta che prendeva sonno, me la guardavo, nuda, sotto la luce tremolante che arrivava dal lampione sulla sponda della fondamenta. Poi non so, dev’essersi stancata anche di questo: ha tirato fuori ’sta storia del disagio e mi ha lasciato. Io, ¡claro!, sono tornato a sotterrarmi in campagna, dai miei che altro potevo fare? a veder sempre le stesse facce, sempre le stesse cose, giorno dopo giorno. Insomma qui a Barcellona, con la bici, ho cominciato a fare lo stesso, girando tranquillo per i vari barrios, fermandomi quando c’ho voglia, tirando dritto quando c’è una bruttura tipo qualche banca o certi palazzoni costruiti tra gli anni ’60 e gli ’80. Ho cominciato subito dal secondo giorno di bici a cazzeggiare per la città, dopo lavoro, prima di risalire fino a Vallcarca, e l’ho quasi rivista tutta di nuovo, Barcellona. La prima volta l’avevo vista appunto l’anno scorso con la mia ex in metro, bus e tanto camminare (come ci piaceva fare a Venezia), ma specialmente le cose più tipiche come la Sagrada Familia, la Cattedrale, Plaça d’Espanya, Las Ramblas e robe così, da turisti, insomma. Ma la Barcellona bella, quella verdadera, non l’avevamo manco considerata, anche se mia cugina ci aveva suggerito qualche itinerario alternativo, lei che ci viveva ormai da quasi un anno, lì ma cosa pretendeva che facessimo in due settimane?
5. BarcelonetaVallcarca, 7 de la tarde del 22 de julio ’03. Uno dei miei barrios preferiti è quello della Barceloneta, e una delle cose più chule della Barceloneta è senza dubbio la libreria Negra y criminal, dove si possono trovare solo libri gialli e polizieschi, in varie lingue e anche da collezione. Me l’ha consigliata la mia jefa, questa libreria, perché è gestita dal suo amico Paco, che è riuscito a tirarmi fuori un paio di titoli di un giallista spagnolo che tra gli anni ’60 e gli anni ’80 era famoso quasi come Camilleri oggi da noi, tanto che dai suoi libri avevano tratto addirittura una serie televisiva, mentre oggi, ¡claro!, non se lo caga più nessuno. Negra y criminal ci sta proprio bene alla Barceloneta, dove l’atmosfera è ancora quella bella popolare di una volta, con la roba stesa ad asciugarsi tra una palazzina e l’altra, le strade con l’asfalto tutto buche, le case con l’intonaco scrostato dall’umidità. Sembra quasi di essere a L’Avana almeno da quello che ho visto nei film, perché non ci sono mai stato a Cuba, io. Ma forse mi faccio solo influenzare da quello che mi è capitato domenica pomeriggio, quando scendendo in spiaggia per una di queste laterali di accesso al lungomare sono stato bloccato da un gruppo di ragazzi che ballavano la salsa in mezzo alla strada, davanti ad una bettola da ergastolani. Madre de dios quanta energia girava tra quei sei! C’erano tre sudamericani, belli fighi abbronzati con le braghe strette sul pacco e i capelli neri ingellati, che si passavano sin pararse tre straniere alte e bionde, sicuramente svedesi o norvegesi, ma che ballavano anche loro da dio, con ’sti vestitini a gonna rotante che ogni tanto ti sembrava che ti facessero vedere qualcosa di più e restavi lì con un’espressione da ebete stampata in faccia. Ce n’era una in particolare che aveva un vestito rosso in microfibra, di quelli che avvolgono completamente il culo per poi aprirsi sul bordo leggermente arricciato, e che grazie a non so che gioco di cuciture inglobano le tette in modo da farle sembrare due gavettoni pieni d’acqua una che sembrava in orgasmo permanente, e che quando ogni tanto tornava in sé sprofondava gli occhi in quelli di uno dei tre mori mordendosi il labbro inferiore come dire: se mi vieni sotto ti spremo fino all’ultima goccia di sperma. Devo essermela sognata quella stessa notte, la bionda dal vestito rosso, perché a un certo punto sono venuto. Ho provato a bloccarmi, perché mi sono svegliato una frazione di secondo prima che tutto cominciasse a vibrare, ma non c’è stato verso. È matematica, ’sta cosa, quando vado a letto tanto stanco e dormire mi rilassa troppo: basta che faccia un sogno un po’ più emozionante del normale, e il pranzo è servito... Comunque, a un certo punto ho ripreso a pedalare verso la playa. Era più o meno metà pomeriggio e avevo tutta l’intenzione di starmene appollaiato tra le distese di tette al vento che ricoprono la spiaggia finta della Barceloneta leggendo uno dei due gialli che mi ha procurato Paco fino al tramonto, quando alla gente ormai non gliene frega più di stare lì perché non c’è più sole e rimangono solamente quelli come me, che il sole non lo tollerano più di tanto. E poi la spiaggia al tramonto mi ricorda quando da piccolo andavo tutto il mese d’agosto in vacanza a Jesolo con i miei e il bagno più bello della giornata era l’ultimo, quello che facevo assieme a mio papà quando tornava da lavoro. Perché lui d’estate a Jesolo ci lavorava; perché per lui l’estate erano soldi, specie da quando si era messo in proprio ad aggiustare cucine e lavanderie negli alberghi. Ricordo che l’acqua era talmente scura a quell’ora che non si vedeva il fondo, e io avevo paura che ci fossero gli squali e cazzate del genere, ma con mio papà vicino che mi faceva gli scherzi prendendomi le gambe da sott’acqua mi divertivo un mondo. E pensare che per quel lavoro c’ha fatto l’esaurimento, anche se la psicologa gli ha detto che una delle cause della sua malattia potevo essere io, il secondo figlio, responsabilità che si aggiungeva a responsabilità: il maschio poi, che ti prende come modello. Dovrò dirglielo prima o poi a mio papà che per me è stato comunque un grande modello, nonostante le baruffe fatte quando lui era leghista e io andavo al centro sociale, quando lui faceva politica e io non andavo a votare e volavano paroloni: “Qualunquista!” “Razzista!” etc. etc. Aspettavo il tramonto leggendo, ho detto, bello disteso con il libro che mi riparava gli occhi, anche se avevo gli occhiali da sole, quando a un certo punto arrivano due amiche, chiaramente della zona data la parlata catalana. È ancora metà pomeriggio, la spiaggia è piena, a metter giù l’asciugamano ti sembra di giocare a Tetris: insomma, ’ste due tipe si mettono dietro di me. Io le guardo un attimo da sotto gli occhiali, una sorta di saluto muto o di benvenuto. Il saluto lo contraccambia la più carina delle due, ma in modo alternativo, ché continuando senza tregua a parlar català, in piedi a due passi dalla mia testa comincia a rumare sotto la minigonna finché non spuntano fuori un paio di mutandine nere che in un attimo, da tese che sono tra le due cosce abbronzate, si ritrovano flosce all’altezza delle caviglie. Due secondi e sta già piegando la gamba sinistra verso l’alto, nel tentativo di avvicinare il piede alla mano, spiattellandomi di conseguenza ad un metro dal naso un folto grumo di peli ricci e neri che mi ha fatto schizzare la testa a quella notte quando da sopra la gradinata di Plaça d’Espanya, con nessuno in giro, la mia ex si era alzata la gonna lunga nera mostrandomi che non si era messa le mutande. Era il primo o il secondo dei nostri quindici giorni qui, ed andava ancora tutto bene. Tant’è che quando siamo rincasati abbiamo fatto una delle più belle scopate della nostra storia forse anche l’ultima, non ricordo bene. Alla fine non l’ho più aspettato il tramonto, quel pomeriggio, alla Barceloneta. Ero troppo eccitato, sì, ma di un’eccitazione amara. Fatto sta che ho ripreso la mia bici e me ne sono tornato di fretta su a Vallcarca, perché avevo bisogno di masturbarmi e di sentirmi in colpa, come mi succedeva spesso prima di conoscere la mia ex.
6. EscalerasDall’estudio, sab 26/07/03 h. 22.30 Che giornata ieri... Mi ero tenuto il pomeriggio libero per pulire un po’ casa, sicché arrivo verso le due e mi metto su l’acqua per la pasta perché io almeno una volta al giorno mangio pasta. E visto che non avevo niente di pronto per condirla ho lavato e sminuzzato un paio di acciughe sotto sale, tritato una mezza cipolla, scaldato il tutto per bene in abbondante olio d’oliva con una spruzzata di vino bianco e mi sono mangiato un etto e mezzo di bìgoi in salsa. Ho scoperto tardi che al SuperSol ogni tanto arrivano gli spaghetti Barilla n°7, che non saranno come i veri bìgoi veneti, ¡claro!, ma per me qui va benissimo, mentre in una specie di discount che c’è a due passi da qua hanno il turbio come quello che si beve alla Paradeta, la pescheria-ristorante dietro il mercato del Born: un bianco gallego da 1,50 €/bottiglia che farà sì e no 10 gradi, e che fresco va giù che è un piacere. Insomma, avrò finito di mangiare più o meno alle tre, e ora che lavo i piatti e bevo il caffè si saran fatte le quattro. Mentre mangiavo sentivo ossessionante il rumore delle escaleras mecánicas che mi passano proprio sotto le due finestre di casa e che servono ai turisti e ai residenti della zona alta di Vallcarca per salire verso il Parc Güell. Un rumore continuo che i primi tempi era insopportabile sempre lo stesso, giorno e notte: tututun tututun tututun tututun, da uscirne pazzi mentre adesso non mi fa più né caldo né freddo. Anzi: avere le scale mobili del Parc Güell proprio sotto la finestra c’ha i suoi vantaggi, perché per di qua passa un sacco di gente e specialmente un sacco di ragazze, donne, turiste: così uno può stare ore affacciato alla finestra a spiare dall’alto le scollature, specie adesso con ’sto caldo afoso osceno che ci perseguita da una settimana. Le vedo sbucare dall’angolo tra Avinguda del Hospital Militar e Baixada de la Gloria baixada perché baixa, cioè scende ripida dal Parc Güell e semplicemente aspetto che facciano la prima rampa di scale mobili; poi, quando arrivano su quella specie di pianerottolo a cielo aperto che sta giusto sotto alla finestra del mio soggiorno, butto l’occhio dentro a canottiere e magliette alla scoperta anche solo di un profilo appena accennato di reggiseno. Quindi aspetto che prendano la seconda rampa di scale e mi divertirto a indovinare il segno degli slip o del perizoma sotto ai tessuti sottili di gonne e pantaloncini corti... Finito di mangiare e lavare i piatti mi ero messo a dare un occhio alla situazione fuori dalla finestra, come sempre, quando dall’esquina con Avinguda del Hospital Militar è sbucata fuori la mia ex, cioè non proprio LEI, ma una che solo alla fine ho capito che NON ERA LEI ma che da così distante, lì per lì ERA PROPRIO LEI, identica. I film che sono riuscito a farmi in mezzo minuto, prima di accorgermi che NON ERA LEI! “Oh madonna!... allora non è vero che è finito tutto... è tornata da me... mi ama ancora allora... sì!, e io brutto stronzo pezzo di merda qui che mi faccio le seghe guardando le tette alle altre... viscido schifoso...” Il problema è che prima di accorgermi che NON ERA LEI, ossia quando non era ancora uscita del tutto dalla prima rampa di scale, la mia bocca aveva già fatto troppo... Anna! ho gridato. E lei: Sì!? Passa la mà pels meus cabells, Anna, [Passa la mano tra i miei capelli, Anna,/ passaci la mano./ Sarò un fanciullo ai tuoi consigli, Anna/ un anziano./ Guarda la neve sulla mia fronte, Anna,/ e i disinganni./ Mi costa vivere a ’sto mondo, Anna:/ ho già mille anni./ La fiamma viva che mi consuma, Anna,/ non ha riposo,/ e non vedo nulla perché son luce, Anna,/ vivo senza corpo./ Passa la mano tra i miei capelli, Anna,/ passaci la mano./ Senza dir niente donami un consiglio, ora/ che sono stanco.] Ombra d’Anna bel titolo, no? Proprio azzeccato... Gliel’ho sentita recitare, a Josep Palau i Fabre, così in catalano, alla serata di chiusura di BarcelonaPoesia. Un vecchietto di ottant’anni suonati osannato dalla miriade di giovani spettatori paganti presenti quella sera al Palau de la Musica. Osannato più dei poeti della Beat Generation invitati per l’occasione, più di Patty Smith, che ha cantato dopo di lui... Non c’ho capito un cazzo, lì per lì, della poesia, ma quel suono, quel ritmo e il nome di lei mi hanno stregato; e in quel momento, con quest’altra Anna che saliva las escaleras, quei 16 versi scritti nel lontano ’43, letti e riletti dopo quella sera al Palau de la Musica, mi sono tornati indietro travolgendomi con la forza di un Eurostar bum! Anna spariva ancora una volta su per Baixada de la Gloria e io me ne rimanevo lì, un’altra volta in tilt, come quel giorno in spiaggia con la tipa senza mutande, o come da Zara con la mussulmana verde. E ancora con i versi di Palau i Fabre che mi ronzavano in testa mi sono buttato sul divano, e ho preso sonno e ho fatto un sogno... Nel sogno ci sono io che ritorno dalla editorial un po’ in metro, un po’ in bus, un po’ a piedi niente bici, oggi e c’è un casino di gente, come sempre, ma c’è come uno strano, insistente, ossessivo accumularsi di particolari che mi solleticano gli occhi. Per esempio: una tizia nella metro si china per sistemarsi l’infradito e io che le sono seduto davanti le vedo per bene penzolare da sotto la scollatura larga della canottiera rosa un bel paio di tette senza reggiseno e con due capezzoli scuri come il caffé. Poco dopo, uscendo in strada da non so che parada, mi si mette davanti una con una gonna nera lunga; e io che so come vanno ’ste cose, lascio che vada avanti rimanendo in ombra, perché infatti non appena arriva alla fine delle scale che portano in strada la luce accecante di fuori filtra attraverso il tessuto come fosse una pellicola, mostrandomi perfetto lo splendido grumo che ci ha tra le cosce. Nel bus che risale verso Vallcarca, poi, siamo tutti piagiati e io sono appiccicato a una rossa con i capelli raccolti e non riesco a fare a meno di seguirle la linea del collo partendo da dietro l’orecchio destro giù giù fino ad entrare nella scollatura della camicietta per metà sbottonata ed arrivare all’orlo della coppa preformata del reggiseno bianco che un po’ le sta lasco perche avrà poco più di una prima. E così con un sacco di altre tizie che incontro nel mio tragitto. Insomma: una figata, se non fosse che tutte quante dico: TUTTE QUANTE quando le guardo in faccia sono la mia ex, cazzo! Nel senso che alla fine hanno tutte i suoi lineamenti, anche quella signora sulla quarantina seduta qui davanti, con lo spacco della gonna lunga cachi che le arriva fin quasi all’inguine; e sua figlia, al suo fianco, che forse non sa che con quella mini di jeans non dovrebbe sedersi in quel modo, perché così le si vedono le mutandine lilla. Mentre dalla fermata del bus salgo verso Baixada de la Gloria, e prendo la prima rampa di scale mobili, e passo il portone d’ingresso attraversando il pianerottolo verso l’ascensore, mi sento scuotere da un qualcosa che assomiglia al quel mio vecchio senso di colpa da masturbazione, e mi sta pure salendo la nausea, ma per fortuna arrivo alla porta di casa, e quando sento girare la chiave nella serratura della porta dell’estudio penso: Tana! Apro, entro, e seduta sul divano c’è lei, Anna, la mia ex, con la faccia bagnata dalle lacrime. Non faccio in tempo a dire una parola, non faccio a tempo nemmeno a stupirmi del fatto che sia qui, che lei si alza in piedi e, dopo aver impugnato il trolley rosso che le ho regalato per la laurea, mi sfreccia di lato singhiozzandomi uno “stronzo” all’altezza dell’orecchio sinistro. Mi giro per fermarla ma non c’è più: svanita nel nulla.
7. AdessoBaixada de la Gloria, 5 de la mañana del 4 agosto 2003. Macché stronzo! Coglione, piuttosto, a non aver capito subito cosa c’era che non andava. E mi trovo a pensarci adesso, a quattro ore dall’aereo che chiuderà per sempre quest’avventura e che mi dividerà dalla quotidianità dei gesti, dei posti, delle persone che mi hanno accompagnato in questi sei mesi. Mi trovo a pensarci adesso, all’alba di quest’ultima notte barcellonese, con le valige accatastate davanti alla porta, al perché di tutto quello che è successo: a pensare a come sono fatto, indelebile, senza rimedio. Perchè quella volta in negozio da mia zia quando la tipa mi ha mostrato senza accorgersene le mutande attraverso lo specchio non era la prima volta che mi ingegnavo per rubare schegge di intimità alle varie femmine che gravitavano attorno al mio piccolo mondo di adolescente. E se guardare sotto le gonne alle compagne delle elementari mentre scendevano dallo scivolo può passare per cosa normale, altrettanto non si può dire degli appostamenti che facevo a dieci anni per spiare attraverso le fessure delle persiane del salotto la figlia venticinquenne dei nostri dirimpettai che stendeva la biancheria in terrazza, in mutande e reggiseno. Oppure quando, durante le vacanze da mia nonna, mentre giocavo a calcio in cortile, volevo sempre stare in porta perché così potevo guardare le mutande alla mamma del mio amico Claudio, che dava da bere ai gerani appena sopra la mia testa, al primo piano. Se io e Claudio avevamo una decina d’anni, lei ne avrà avuti al massimo trenta, perché era rimasta incinta molto giovane. Ed anche se potevo essere suo figlio, le guardavo lo stesso sotto le gonne perché assomigliava incredibilmente a Edwige Fenech e così mi sembrava di essere in uno di quei film con Lino Banfi e Alvaro Vitali che guardavo di nascosto, la sera, in camera mia, su una vecchia Telefunken in bianco e nero che mi serviva anche da monitor per il mio MSX. In quei film c’era sempre qualcuno che spiava la gnocca di turno (l’insegnante, l’infermiera, la dottoressa): si vedevano tante tette e culi e splendide mutandine a vita bassa, ma alla fine non succedeva mai nulla. Crescendo non è cambiato nulla. Guardare senza essere visto “guardare e non toccare”, come mi ammoniva il figlio del padrone del grande magazzino del mio paese quando mi vedeva girare curioso tra gli scaffali del reparto giocattoli. Ho mantenuto sempre le distanze anche con i miei genitori mai un abbraccio, mai un bacio, mai una carezza: e loro lo stesso con me, ¡claro! figurarsi con gli altri o peggio ancora con LE altre! Che altra piega poteva prendere il destino della mia vita sentimentale? A parte la storia con la mia ex, ¡claro!, che se non fosse stato per lei che quel giorno in facoltà mi chiedeva gli appunti della lezione di dialettologia del giorno prima per poi iniziare a telefonarmi, e poi invitarmi a pranzare assieme, e poi a studiare per l’esame a casa sua etc. etc. io sarei rimasto semplicemente lì ad osservarla di nascosto fino alla fine del corso... (Senti intanto come ci danno dentro i due del piano di sopra... Barcellona non poteva darmi saluto migliore, no?) Ciavàda matutìna [Scopata mattutina/ Alle cinque di mattina.../ Lei grida (sotto o sopra?)/ e io qua giù in cucina/ Alle cinque di mattina...] |