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Errata corrige: p. 61 "la miscela della multietnìa combinata col liberismo selvaggio". LEGENDA: cliccando sul link rosso si aprirà una foto.
Ulisse FioloSARÀ-JEVO?1. pre-viaggio - dai quaderni
Tutto quel che vedo è poesia, Ivo Andric, Ex Ponto
1. [pre-viaggio dai quaderni]18/4/2000 Ma quando finiranno? I letali bacetti di lamiera Riunione del sito (Zero41). Proposto di mandar la traccia grafica e sonora del monitoraggio dell’attività cerebrale di qualcuno (come una sorta di segnale vitale base ‘biosegnale’ del sito stesso). Chiarite questioni di forma e struttura: 2 frame (scroll bar), una con ambienti e menu interni, l’altra con raggruppamenti tematico-argomentativi. La cosa + potente, comunque, è: che si è liberato un posto col Gigi per andare a SARAJEVO con la sua compagnia, l’Isola Teatro: serve il passaporto con il rinnovo in marca da bollo ecc., e 500 carte di liquidi. Speriamo d’aver tutto. E di tornar a casa con tutte e 2 (anzi 3!) le gambe. E VAI!!! 19/4/2000 SARAJEVO, MAYBE A parte che, ieri sera, Gigi mica m’aveva dato la certezza che sarei potuto andare con loro; comunque, io stamattina sono andato a far le carte d’urgenza per il passaporto (scadutomi nell’89: crollo del muro di Berlino, Unione Sovietica e barriere varie inizio ‘globalizzazione capitalistica’ etc. etc. etc.), e il bastardo dell’ufficio della Questura di Marghera mi fa, secco: «Dopo Pasqua». Allora una poliziotta mi manda da un certo Simonetti che «è una persona generosa» nel frattempo parlo con un impiegato meno coglione, che mi dà le carte per l’urgenza e mi spiega bene come fare i documenti e tutto. Io, che alle 10:30 montavo in servizio, mollo tutto e vado a scuola ad avvisare e dove le colleghe bidelle mi coprono gentilmente finché son fuori: quindi torno in Questura, becco ’sto Simonetti e gliela smeno che sono d’una compagnia teatrale che prepara uno spettacolo sulla guerra nei Balcani ed io ero in riserva x questa visita a Sarajevo, e solo ieri sera ho avuto la conferma che andavo ed ero là solo x chieder s’è possibile far qualcosa, perché la partenza è prevista per sabato questo; lui, sconvolto, mi dice che farà il possibile e mi dà appuntamento x venerdì mattina, stringendomi la mano finché lo ringrazio infinitamente e un negro, che gli dà del tu, giura che lui (Simonetti) gli aveva detto di presentarsi stamattina e non nel pomeriggio; e intanto l’altro impiegato, quello coglione, che aveva sentito tutto ma capito un cazzo, borbotta ch’è la solita storia dell’italiano che arriva all’ultimo minuto sotto le feste, e che per lui è dopopasqua e non se ne parla. Intanto, il coglione, m’ha fatto le carte subito! Poi si vedrà. Venerdì. Scappo a scuola, ore 11:00, e mi cacciano diretto in Posta come ogni mattina, a sbrigar la corrispondenza: nessuno sospetta niente, perché le mie 2 colleghe son state brave a far finta ci fossi ma sempre irreperibile, x quella mezz’ora di ritardo. Adesso sono in vasca a togliermi il sozzume di 3 gg. di dosso, e aspetto Gigi che deve tornar da Vittorio Veneto dove stamattina aveva uno spettacolo: ci devo parlare e sentir se posso o no andar con loro. L’altro enorme problema, è che si tornerebbe il 30/4 ed io già dal 27 dovrei rientrare in servizio. Potrei chieder ferie, ma se me le rifiutano poi non posso simulare una malattia (se simulo malattia, e son via, e quelli mi mandano la visita fiscale e mi segano?). Come cazzo faccio? Meglio chieder ferie: la segretaria tanto è in Libia, per cui si va dal direttore, che non sa un cazzo dei nostri orari e forse si riesce a combinargliela anche a lui raccontandogli la storia dell’orso. Cazzo: qua a furia di fiabe pare funzioni il mondo! Le balle hanno effetti di realtà maggiori della stessa verità. È tutta una questione di persuasione: un po’ di euristica e arte sofistico-oratoria, falsare giusto quel po’ che la verità sia meglio accettata, e via così. Mah... Sarà. Ma funziona! 20/4/2000 (Sarajevo, maybe) Tutto ok: Gigi m’ha dato conferma del posto con loro (anche se il bosniaco che c’ospitava ha tirato il pacco e adesso andiam proprio all’avventura), il Coco-director m’ha concesso le ferie x il 27 e 28 (29 sarebbe risposo settimanale); manca solo che ’sto Simonetti della Questura domani mi rilasci il passaporto... 21/04/2000 SARAJEVO!!! Ho tutto (passaporto incluso): partiamo alle 8:30 di stasera da P.zza Ferretto a Mestre. Il viaggio comincia. Non credo ne ritornerò uguale a prima. Siamo, oggi, in avanscoperta: io, Gigi, il Vanni (amico anche della Michi), e un fìo bosniaco che ci accompagna e guida. Ospiti della comunità d’aiuti Sprofondo. * 2. [inizio diario di viaggio]21/4/00 23:30 La Bosnia entrava in noi con la sua musica, 22/4/2000 10:30 Dopo attraversate 2 frontiere (Italia/Slovenia e Slovenia/Croazia), arriviamo finalmente all’ultima: su un massiccio ponte di ferro, lungo il quale si snoda una carovana di gente sui più disparati mezzi di locomozione proprie gambe incluse. Attraversiamo così il dopoguerra di ricostruzione bosniaco, con la Ninnananna di Jovanotti che va in sottofondo nello stereo della macchina, dopo una notte passata a parlare con Haso, sempre alla guida (non ha mai voluto il cambio da nessuno di noi: che non si fidasse e temesse per la sua bella Volvo coupé!?); ci cullano le onde verdi del mare di colline che si stende intorno a noi, noi che si parla e tace con dei pensieri enormi su come sia possibile quel che è successo qua, appena qualche anno fa, in questi fantastici posti dove la natura sprigiona potenza e cresce rigogliosa ovunque, coi segni di tutta questa micidiale nullità dappertutto, che ci si incidono negli occhi e non soltanto in quelli e intanto che prendo appunti sul mio taccuino Moleskine regalatomi di fresco da mio zio, Haso mi richiama alla realtà per farmi notare una bionda, molto bella e provocante, ferma a un chiosco che superiamo in quel momento, e mi dice amichevole: «Ti perdi tutto, per scrivere le tue impressioni» sorrido, chiudo gli appunti, e guardo: in effetti, è decisamente meglio la biondona che si mangia un panino, rispetto alle mie lugubri elucubrazioni post-conflitto!! Ma intanto, i relitti delle case incendiate continuano a galleggiare alla deriva, balenando qua e là in sfilata ai finestrini, nel mare collinoso di grezzo verde della Bosnia, che tutto circonda e riconduce alla pace della terra... Ore una meno 5 Haso e Ale, l’altro nostro accompagnatore aggiunto (amico di Haso), deviano dalla rotta e ci portano in un locale (Behar, è il nome) in riva a un fiume: si sale in una specie di salottino appartato al primo piano, tipo boudoire, con dei poster molto kitch di modelle tettute belle nude alle pareti mangiamo panini enormi, disumani, con salsicce tipiche (i famosi chevapcic) condite da una sorta di crema acida simile a yogurt andato a male oliosissimi, vere mine per l’intestino e il fegato; ne avanziamo 2 perché son troppo pesanti per i nostri stomaci italiani. Poi scendo ai tavoli all’aperto, con alcuni altri ch’erano già andati giù prima: c’è un bel sole, e resto di stucco alla vista di un intero vitello impalato e spellato, ma così com’è, che dei personaggi cuociono a girarrosto, lentissimo, con un fuoco a legna improvvisato appena fuori del locale; e ce ne offrono un pezzo tagliato al momento con un coltello tipo Rambo intanto che va una musica alla Kusturica pazzesca, diffusa dalle casse posizionate sotto la pergoletta, con noi sbracati sulle sedie, capottati tutti quanti di stanchezza, e di felicità: stiamo arrivando, Sarajevo! 23/4/2000 12:20 Sarajevo ci saluta, sorridendo nel sole dalle sue colline, oltre cui splendono alte e lontane delle cime rivestite di neve azzurrina. La Miljacka scorre tranquilla sotto le finestre della mansarda che un tipo di un bar c’ha rimediato per 15 mila al giorno, all’ultimo secondo grazie ai ‘tramaci’ di Hazo! 19:30 Sveglia a 1⁄2 giorno, ché ieri s’è fatto assai tardi. Dalle 15:00 alle 18:00, in giro col Gigi a caso-naso, su per le colline dalla parte destra del fiume di Sarajevo: quartiere povero, zingaro-musulmano; una moschea piccolina su un terrapieno, con le lapidi scorticate intorno, fino in strada, in ricostruzione; ’sti vicoli con le donne a far la maglia sul marciapiede fuori dell’uscio di casa, i bambini a tirarsi il pallone in una viuzza col 90% di pendenza, che se gli scappa chi lo ferma più arriva fin giù in città! Nel quartiere turco, affacciandoci dalla finestra in un bar a cui poco prima eravamo stati richiamati dalla tivù che diceva forte «Ferrari, Ferrari!» facendoci ricordare ch’era domenica e si correva il Gran Premio di Formula 1, vedo allo schermo le immagini di Hakkinen primo e Schumy 2° che si congratulano appena usciti dalle rispettive monoposto mentre, al banco, un vecchietto coi moncherini all’altezza dei gomiti prende su il resto che gli ha dato il barista, e con tremila contorcimenti riesce a ficcarselo in tasca della giacca, uscendo... 24/4/00 1:20 Buonanotte, Sarajevo! Ore 9:00 Apro la finestra, e la Miljacka gorgoglia il suo buongiorno fin su alla mansarda dove dormiamo. Lunedì dell’Angelo: Pasquetta, per i cattolici ma i musulmani non ci fanno troppo caso. Oggi inizio davvero l’esplorazione con cartina e tutto! 12:10 Siamo in collina, dalla parte della riva sinistra della Miljacka, quella opposta al giro che abbiamo fatto ieri: Sarajevo è immensa, si stende per tutta la lunga e stretta valle anzi sarebbe più esatto dire gola, traversata dal fiumiciattolo sporco che la taglia giusto nel mezzo; noi ne vediamo per ora il solo quartiere vecchio (quello turco, la Bascarsija, o come diavolo si chiama ché qua le grafie delle cose slave son tutte alla ‘come mi suona’) e poco oltre, verso nord-ovest; ma dietro appena due dorsi di collina, fatta qualche svolta sulla strada lungo il fianco della cerchia collinare che la circonda tutta, ecco che scopriamo che la città continua per altri 2/3 e passa... Allo stadio, ch’è sull’altro versante della cerchia collinare, si racconta che durante la guerra ci seppellivano i morti (troppi, troppi morti...); poi, a guerra finita, hanno fatto la prima partita in tempo di pace ristabilita: Italia-Bosnia! Il mio cappello ha la forma esatta dei miei pensieri; o meglio: dei pensieri che mi ritrovo in testa non so neanch’io come; pensieri che, forse, sono l’esatto punto d’incrocio, il raccordo o incontro tra la terra percorsa dai miei piedi vagabondi e stanchi, e i cieli dei giorni che trascorrono lassù, sopra di me, su tutto, tutto quanto... Ossigena la mente sui monti; allunga-allarga la vista, amplifica-sprofonda tutto giù per la città distrutta e sempreviva! La guerra se ne sbatte dei bei colori che ha Sarajevo sotto il sole di primavera... Ho visto uno ‘zebra-tram’ lo giuro!!! Palazzone-metafora: pianterreno devastato, pilastri di sostegno macinati, tutto bruciato e, sopra, tutti sforacchiati e ciascuno con la sua bella parabola TV, i vari appartamenti abitati dalla gente, che non ha altri posti dove andare a vivere più o meno tranquillamente. Ore 19:20 Prima linea di Resistenza, dopo il quartiere di Dobrinja, vicino all’aeroporto presidiato dall’O.N.U. durante la guerra (circa: 1992-1996 ma le propaggini si trascinano fino ad oggi, giù, nel Kosovo e in Montenegro...): groviera, distruzione assoluta. Quartiere accanto: ricostruito, nuovo di zecca pare un camping. Le case ti guardavano dal fondo delle loro orbite vuote, come teschi-larve davanti alle quali nessuna parola valeva più: volevano che sentissi le grida, conservate intatte in quel loro spàsimo di catacombale silenzio, che regnava su tutto volevano che sentissi, adesso, le grida congelate dentro ad esse, di chi non c’era più e ancora urlava, da allora, in quello straziato silenzio di macerie e distruzione, in quel vivo cimitero della morte... Campi: coltivati a mine!?! All’andata, Hazo ci raccontava che, in tempo di guerra, per mangiare accendevano fuochi anche con mobili di pregio e tutto quello ch’era buono da ardere, ché in quello stava ormai l’unico pregio rimasto, l’ultimo vero valore: quello della pura sopravvivenza. 25/4/00 8:50 Di Eros, io qui taccio. Perché ne parla già così bene e a fondo la città a ogni sguardo, a ogni più piccolo accenno alla beatitudine dell’anima, promessa come pace e tenerezza da questi corpi così belli e veri che han le ragazze slave non artificiosamente ‘costruiti’, dipinti, rifatti o comunque tenuti su con i vari trucchi e illusionismi in uso da noi, insomma... 12:45 Attraversiamo la devastazione con l’allegria di un bimbo che va su e giù sull’altalena delle sue emozioni... Il dolore fa male davvero solo quando non hai (più) niente per cui valga la pena soffrirlo (sopportarlo). Un affetto, di qualunque razza colore sesso etnia possa essere... Le bellissime donne di qui riescono a render piacevole anche il lutto apparente di questa moda senza colori, grigionera, buia, dark a parte che a me son sempre piaciute le ragazze darkettone, la pelle candida e i capelli corvini a contrasto, occhi luminosissimi pur se scuri e quell’aria di malinconia profondissima che emanano a ogni passo, sguardo, gesto. 26/04/00 21:00 Oggi, niente da scrivere. ’Sti bosniaci, mi sembrano tuttosommato molto equilibrati nella loro pazzia. Vivono come se giocassero a pallone sull’orlo d’un burrone: perfettamente consapevoli del pericolo che corrono, come anche del fatto che questo non è certo un motivo sufficiente per rinunciare a giocare. Qui le ore passano tra i canti dei muezzin che chiamano i fedeli alla preghiera: 99 volte il nome di Allah, devono dire, e ogninome è un’ A Z I O N E che porta al, anzi IL paradiso noi ad esso, ed esso a noi, sempre... 27/4/00 9:20 > 10:00 Ieri è successo di tutto. 10:40 A Sarajevo, come niente puoi trovare una tizia che è sputata a Pamela Anderson, solo che vende scazzata e tranquilla i suoi gelati a un banchetto piazzato giusto all’ingresso del viale che traversa il centro vecchio della città! E se non è lei, per via che l’originale si è nel frattempo sgonfiato le tette e questa invece ha due bocce della madonna, se non è lei beh di sicuro è più figa e sgnacchera che mai lo stesso anzi di più ancora! Poche le fìe in gonna corta, ho notato. Mini: praticamente nessuna. Tipico esempio di distacco-difesa ironica sarajevese e bosniaca in generale: Attila, ieri sera, ci raccontava che il marsupio qua lo chiamano ‘rene’, nel gergo giovanile; questo perché i primi che se lo son preso andavano in giro ostentando ’sto robo a livello vita, come dei mongoli, e per non far la figura del curioso in ammirazione etc. qualcuno ha sparato ’sta storia del ‘rene supplementare esterno’; tipo che viene avanti il tizio fighettone-sfigato con ’sto marsupio in mezzo alla pancia, e un altro lo ridicolizza con una battuta tipo: Ma dove vai con quel rognone là?!! 28/4/00 13:15 Preso un altro CD a neanche 20 marchi: il primo, dell’altro giorno, è di Bregovic anni ’60 (lui non canta, suona solo la chitarra elettrica e in copertina sembra il mitico Jimmy Page dei Led Zeppelin), questo è di Vlatko Stefanovski ed è un hardrock etnico macedone molto curato e molto bello. 16:45 Sette giorni che stiamo qua, e solo oggi riesco a chieder e sapere dov’è probabilmente l’unico negozio di strumenti di Sarajevo, alla tipa musulmana del negozio di CD giriamo come coglioni sotto il sole a picco delle 3, seguendo le incerte indicazioni del barista cui avevo chiesto chiarimenti e dettagli, e non trovando un cazzo mi decido a cercarlo proprio in riva alla Miljacka, dove stiamo noi e lo trovo: un buco buio con un’insegna invisibile e per niente connotata da negozio di strumenti, la porta prima (o dopo, a seconda che si risalga o discenda il lungofiume) del nostro portone di casa!!! Boiagiuda che roba: mai accorti di niente, nessuno!!! 29/4/2000 8:10 Sarajevo scorre in fretta dietro di noi che sobbalziamo sulle buche rattoppate del suo stradone principale. È sabato, c’è smog e traffico in giro già a quest’ora e, all’orizzonte, una nebbiolina (che non penso sia dovuta solo alla mattina) copre tutta la via da fare... Prossima tappa: Mostar. Anzi no: un baretto per fare colazione, prima. Poi Mostar, e infine giù a Spalato e ritorno via costa con sosta per la notte. Siamo carichi come cammelli: 2 macchinette, 8 persone e bagagli corrispondenti. Speriamo bene. The smell of the days... Ore 11:00 Mostar, primo impatto: più tombe che case. 19:50 Visto Mostar, e ancora vivi... Nel macello di crolli e rovine tuttora in atto, residui visibili della guerra di qualche anno fa «La gente qui è distrutta dentro: le case si ricostruiscono, ma le persone...» diceva un ragazzo di 23 anni e mezzo, napoletano, che da 9 anni non vede la madre e gli è morto il padre qua, e lui rimane perché il suo ricordo (o fantasma?) è l’unica cosa che gli è rimasta... Indirizzo Internet che m’ha dato Michele, con un interessante reportage su Sarajevo scritto dal figlio di Sofri: http://www.sofri.org/sarajevo controllarlo poi a casa. 30/04/00 8:20 «Che i cani de tuti i ta morti!» è il buongiorno di Sara a Michele, che le suggeriva ironico di prendersi anche lei un «black shit» per colazione, riferendosi al pessimo sapore del caffè che lui già stava sorseggiando sulla terrazza riva-mare del motel. 9:30 Arriviamo in stazione a Mestre, ché Vanni prendeva il treno, alle 8:30 circa di sera per tornar a casa (non ha la patente): «pien de musati!!!». Comunque: meglio i morsi delle zanzare che le sforacchiature delle mitragliatrici... Tutto bene. E amen. Il rientro a casa: il garage, il letto, la sala intatta e nuova piena di libri tutto conferma la mia sensazione di maggiore ‘stabilità esistenziale’ pur in quella precarietà apparente di vita in cui versa ancora Sarajevo e la Bosnia tutta, piuttosto che qui dove tutto è più o meno garantito e controllato ma sempre in costante pericolo di degenerazione in barbarie pura (ché la tecnologia è soltanto un surrogato della civiltà, e anzi fa da sedativo alla violenza sempre latente-incombente visto che la sola cosa davvero importante per la civiltà, la cultura, viene oggi invece considerata come un mero optional intellettuale, per niente necessario... Mi sento un fabbricatore di ‘gadget per l’anima’, inutile quasi come il nulla insomma...). Dopo il ritorno a casa La sera di venerdì 28/4/00 che siamo andati a mangiar fuori con Mira (la tipa del Centro Donna di Sarajevo, che l’Isola conosceva) e il suo ragazzo Harold, macedone, abbiamo bevuto e dato sfogo (tutto è partito dalla Illy, che forse più di tutti ne aveva bisogno per la disciplina conoscitiva cui si era costretta per tutti i giorni passati e infatti è stata anche quella che più se n’è pentita poi, per ovvi motivi) alla tensione dei giorni scorsi, tutti all’insegna della conoscenza e dell’elaborazione istantanea delle cose viste e scoperte nel frattempo, senza staccare mai la spina del cuore-pensiero e abbandonarsi ai giorni così come venivano (questo per me è stato un limite del viaggio fatto, che se durava tipo altri 5 giorni si poteva affrontare tutto fin dall’inizio con più relax e distensione, utili anche per lasciar depositare e riposare-decantare nella memoria le cose recepite via via): e ci siamo messi a fare il controcoro a dei militari francesi (ma avrebbero potuto esser benissimo anche italiani o altro, non è questo il punto) che bevutissimi intonavano una canzone popolare delle loro dietro l’altra; e noi abbiamo risposto con una sentitissima (per me di sicuro) «Oh bella ciao!» che è un inno di libertà e vita eccezionale; qualcuno ha addirittura ballato e invitato a ballare anche le ragazze dell’Isola. Solo che Mira e Harold erano seccati, tesi e impartecipi: perché davamo confidenza a degli usurpatori della loro terra. Ma là si era soltanto uomini, spogli di ogni divisa e oltre ogni divisione. Almeno ai nostri occhi di paciosi Italiani. Per loro, per i bosniaci dico, i militari stranieri restano inutili-parassiti-invasori-rompicoglioni (Attila conferma). 1° maggio 2000 [Dal quaderno Il diario di Sarajevo avrebbe in teoria dovuto concludersi ieri, col rientro in Italia e la fine di quell’esperienza. Ma è davvero finita, può finire sul serio una cosa come questa: un confronto fra mondi da cui la comprensione d’entrambi trae reciproco giovamento? Non credo. Infatti altre cose spunteranno più avanti, magari tra molto e molto tempo, chissà. Quindi, il quadernetto di Sarajevo resta aperto, pronto a ricevere altre impressioni e pensieri a posteriori, ma sempre attualmente inerenti quel viaggio-esperienza assoluta.] 10:20 Sarajevo, Bosnia e compagnia non son per niente finiti, nella memoria e nell’immaginazione anche se nella realtà siamo tornati a casa, ed è giorno di festa. * [lettera a Tiziano S. stralci] 7/5/2000 [...] La mossa iniziale, la voglio prender dal viaggio a Sarajevo (con visite anche alla Travnik di Ivo Andric, alla Zenica del nostro amico e accompagnatore Haso, alla Mostar dei telegiornali e della speranza distrutta, alla Spalato di Diocleziano e del turismo occidentale) da cui sono appena ritornato. Nove giorni, inclusi l’andata e il rientro in macchina attraverso la Slovenia e la Croazia, di un’intensità e di un’emozione folgoranti, fondamentali. Ci ha accompagnato (eravamo: io, un fotografo & la sua ultima storia, un moroso di una della compagnia, più una banda di squinternatissimi quanto bravi attori della compagnia Isola Teatro di Venezia [Alberta, regista; Illy; Gió; Sara; Gigi], di cui conoscevo un solo componente mio amico e vicino di casa, che m’ha proposto il viaggio appena tre giorni prima di partire, ché s’era liberato un buco all’ultimo momento ed io mi ci sono infilato alla grandissima! Stanno preparando uno spettacolo sui Balcani e la guerra...), dicevo ci ha guidato un ragazzo bosniaco (Haso, appunto, cui poi s’è aggiunto Ale: un suo amico di Travnik conosciuto in Italia) che ha perso soltanto tre dita per fortuna! della mano destra combattendo per il suo paese, la Bosnia, raccontandoci via via durante la traversata a suon di Bregovic anni ’70, la storia di quei paesaggi che rimangono, al di là dei resti tetri e consumati della guerra spersi in essi come scheletri e fantasmi ammonitori, comunque ancora davvero magici e fiorenti d’una natura meravigliosa. Poi è stata la volta di Sarajevo. Città che volevo vedere da anni: quando ancora c’era la guerra, ma era troppo pericoloso andarci. Comunque ho visto abbastanza lo stesso, in questo senso: le case-teschio mute-urlanti sbrindellate all’aeroporto di Dobrinja, la periferia sforacchiata e pericolante e tuttavia abitata tranquillamente da quei matti dei bosniaci, il centro vecchio turco totalmente illeso, fantastico, gli sterminati cimiteri musulmani, ebraici, cattolici cosparsi di migliaia di lapidi nuove di zecca, tutte datate in morte: 1996 e la stessa soffitta dove abbiamo potuto sistemarci noi all’ultimo momento (evitando di andare a finire nella comunità di aiuti Sprofondo, con cui pure avevamo preso accordi poveretti), mansarda nuova nuova, incendiata per ben 4 volte durante i sei anni di assedio alla città, in un palazzo giusto sulla linea del fronte (che arrivava, a sud, fino alla Miljacka, il fiumicciolo che percorre per il lungo tutta quanta Sarajevo, ch’è circondata da ogni parte da colline, tutte abitate da questi fantastici zingari-campagnoli: una perfetta fossa della morte ad uso dei kalashnikov dei cecchini e delle granate libere dei serbi...). Al ritorno: Mostar un vero paradiso in terra, violentato dall’inconcepibile furia (auto)distruttiva della specie (dis)umana. Tutto ciò che si vede, è ricostruito. Raso al suolo il resto. Gente troppo pacifica: incredibile come sia stata possibile una tragedia come quella che là si è consumata... Tensioni ovunque, poi: serbi contro bosniaci, croati contro bosniaci, mondo contro l’inerme, povera, disfatta Bosnia (a proposito, per sdrammatizzare ma neanche tanto: sai che girando per la Bascarsija, il quartiere turco, sono entrato in una bottega d’un ramaiolo dove sentivo battere, e dentro c’era ’sto tipo col bulino in mano, al lavoro su un piatto che la città di Sarajevo avrebbe consegnato a Roby Baggio il giorno dopo, il 25 aprile, ché si doveva giocare una partita storica: Bosnia vs. Resto del mondo! E lo stadio, durante la guerra, era stato adibito a cimitero: non è un simbolo, una metafora-reale bellissima, questa del giocare sulla morte!? tipico dei sarajevesi, dei bosniaci). Là, niente è possibile perché un buco di culo dell’universo più sfigato e isolato di quello, giuro io non l’ho mai visto in vita mia! I chilometri di Tir in coda per ore interminabili alle frontiere, migliaia di parabole televisive in boccio al posto dei fiori sui terrazzi: il solo contatto rimasto col mondo esterno, per questi personaggi post-comunistati di un’energia e di un fatalismo inimmaginabili. Questa è Sarajevo: «Questa è Bosnia» spiegava Haso come dire ‘amen’, flemmatico ma lucidissimo, ad ogni nostra osservazione sull’irrealtà assurda d’ogni pur realissima situazione che ci si parava davanti ad ogni giro d’occhi. Non posso raccontarti granché, adesso: è tutto ancora così fresco, così mosso, inafferrabile, inspiegabile inespugnabile quasi. Come lo ‘zebra-tram’ (va letto con pronuncia all’americana)! Un tram cittadino zebrato bianco e nero, che non siamo riusciti mai né a prender né a fotografare perché ci scappava sempre e passava nei momenti più impensati solo la mattina dell’ultimo giorno, per caso e non aspettandolo più per niente, io: l’ho preso! Più in là, se vuoi, ti dirò meglio e di più. Con più tranquillità: e distensione, e meditazione sul percepito e annotato così in fretta, così ‘in pressa’ (compresso)! Per ora, solo qualche emozione a caldo: ‘vitalità depressa’ degli abitanti di Sarajevo. Appena entrati: impatto-trauma con la devastazione degli edifici, tra cui brulicavano però mercati, bimbi, giovani e vecchietti. Un giorno, vagando storditi tra le rovine della periferia, c’imbattiamo in un piccoletto con ’sti due occhi blu-mercurio e la testa rapata, a petto nudo e croste fresche sui ginocchi, che si rinfrescava e beveva a una fontanella in una pausa di gioco: passiamo guardandolo contenti, e lui ci fa un gesto indicando la macchina fotografica e poi battendosi il petto con la mano, capiamo che vuole essere immortalato e lo inquadriamo in tutto il suo metro e dieci di energia pura come i tant’anni che ha: lui si mette in posa tipo Maciste coi pugni sui fianchi, e gonfiando i polmoni ci sfodera il miglior ghigno da bulletto buono che si ritrova in repertorio ‘clic’, facciamo noi, e stiamo per andarcene soddisfatti, ringraziandolo con pacche sulle spalle e sorrisoni allegri e compagnoni: ma lui resta interdetto un attimo, ci si fa incontro di nuovo, e sfrega due dita tra loro, indice e pollice, ingrugnito ma speranzoso noi, naturalmente, si cede a tanta minaccia, e gli si lascia qualche marco di spiccioli come giusto compenso per la sua prestazione extraprofessionale: «Te li sei meritati» gli fa dàndoglieli qualcuno di noi. E quelli un po’ più grandicelli che abbiamo trovato che giocavano a calcio su una via in pendenza su per le colline a nord, che se gli scappava il pallone chi lo ripigliava più! E tutta una vita così che non si è voluta spegnere né far spegnere a nessun costo; favolose le ragazze, poi: more con ’sti occhi-laser indaco-argento e culi e tette da premionobel. Una stabilità nella follia davvero invidiabile, han questi sarajevesi in definitiva: calma coranica e ironia, ironia, ironia, ironiaaaa in dosi magistrali!!! Sono dei mostri di distacco; hanno un’arma micidiale, imbattibile, vitalissima: sono capaci di ridere dell’assurdità del dolore il proprio, prima di tutto (Bukowski, mi pare, dice qualcosa di molto simile in una sua poesia). È come se giocassero a pallone sul bordo d’un burrone! Mica perché non sanno che possono cadere da un momento all’altro: proprio per abilità innata vedessi come ballano per strada, schivando le buche (quelle che non hanno riempito di cemento colorato, che sembrano macchie di pittura cadute direttamente dal pennello di Dio!), buche lasciate dalle esplosioni delle granate; hanno dovuto superare sei anni di ‘allenamento’ sotto il tiro dei cecchini, non per niente. Sono fantastici: di un’umanità, d’una cordialità, d’una disponibilità, d’un’affabilità e amicizia straordinarie (la cucina, però, è una mina per lo stomaco e il fegato italiani: attenzione! In compenso, la Sarajevo Pivo, la birra prodotta dalla fabbrichetta cittadina, rossa e arancione che par fatta coi Lego, è proprio buona. Ah: niente vino, da quelle parti; le prime vigne, basse e stente, s’incominciano a vedere giù in Croazia accontentarsi). [...] * [continua il diario post-viaggio] 12/5/00 ore 13:00 I buchi lasciati nelle case, per le strade, ovunque, non sono niente niente: assolutamente, niente in confronto ai buchi lasciati nelle persone, nelle famiglie, nell’anima e nella vita di chi queste case ha abitato e in parte ancora abita, o è tornato ad abitare. 21/5/2000 Ho scritto a Scarpa, che ho anche salutato di persona giovedì scorso a Treviso che presentava il suo ultimo libro: Cos’è questo Fracasso?. Gli ho scritto della Bosnia, del dopoguerra, di come stiamo tutti noi occidentali impazzendo e ne paghino le spese i più disgraziati... Quasi le stesse cose anche a Gian Pietro, che ho visto lo stesso giovedì da Scarpa. Poi c’è stata Muzzana, dove Sara e Michele si stavan facendo la casa: con l’Isola, Haso e Ale, Aziz (moroso senegalese di Gió) e Rudi amico di Sara e Michele, Vanna e Sandro (il fotografo). E il Pippo e la Pippa, dimenticavo proprio loro: le due mitiche oche bianche che scagazzavano ovunque e beccavano il culo all’Alberta! Grigliata enorme di carne, e dopo si è suonato e ballato, bevuti, fino a notte tardi (le 2-3, boh). Haso, a un certo punto (ci siamo ritrovati in cerchio con lui io, Gigi e Sandro, Aziz e la Gió), è partito con un discorso di guerra pareva un reduce del Vietnam: convulso, in mezzo delirio, ma lucidissimo, disincantato, presentissimo con la festa che continuava intorno, ignara dell’orrore su cui si reggeva, del suo cardine e centro... Diceva: «Se adesso, di colpo, così, capitassero qua persone armate che vogliono far violenza alle ragazze, non puoi essere pacifista a oltranza e andartene via e fregartene di cosa succede!». Così, lui ha combattuto: non per il suo paese, ché non gliene frega «un piffero», ma per difendere le persone che amava e conosceva da una vita e poi se n’è andato, perché dopo la sua lotta non è venuto alcun miglioramento, non ha avuto nessun ‘ritorno di vita e speranza’ dal suo paese, e ha lasciato tutto e tutti per scappare nel posto più lontano possibile; pensava di andare all’altro capo del mondo, in Australia! Ma è passato per l’Italia, e ci si è fermato: adesso la sua vita è qua... 24/5/2000 ore 21:00 ‘Violenta meraviglia della vita’ questo è l’esatto sentimento con cui ho sentito Sarajevo. Mi esce solo oggi, pensando al mio Traumazein [“Sciolto nell’oro liquido dei giorni, | il sole solforoso scava fosse | d’ombra nei corpi da carneficina: | meridiana ecatombe, lacerata | dal bisturi di luce del silenzio | inesistenza: in carne troppo viva!” scritto molto prima del viaggio] e alla “triste meraviglia” montaliana. Torno dalle prove (a due giorni dallo spettacolo) de La voce di chi resta. Ancora qualcosa da oliare, da perfezionare, ma buono nel complesso. Conosciuta Dalies (pure lei dell’Isola: suo il posto che poi ho preso io nel viaggio): poche parole, molto gestuale contenta di avermi «finalmente conosciuto di persona!». 29/5/2000 ore 23:00 Battuti al computer, e spediti alla Tessari di Zero41 via e-mail, i due racconti di Gigi Pozza pre-viaggio in Bosnia, profetici (A Mostar c’è un ponte e Trincee). Trascrivendoli, mi son ricordato d’un ‘titolo’ che m’aveva fulminato oggi a scuola mentre guardavo un filmato in bianco e nero sulla Resistenza Italiana insieme alla Va E; il titolo-flash era: Guerra in tecnicolor il sangue scorre rosso, e si rafferma invece nero sui corpi martoriati... I morti son più realisitici che mai, con tutta questa tecnologia a disposizione oggi per videoriprenderli al naturale: eppure è tutto così atrocemente lontano, inimmaginabilmente ‘fìlmico’, pseudo, irreale per eccesso di realtà, saturo di accanimento realistico sui fatti... Insomma: un po’ di distanza data dal mezzo espressivo (il bianco e nero, per esempio: che allontana e dà un effetto di passato-memoria comunque ancora vivo e presente e operante e bruciante in chi lo rivede-rivive), può portare più vicino al cuore vero delle cose ‘trattate-tradotte’ con tale mezzo e metodo; invece che perseguire l’iperrealismo, che si alza come una paratìa inoltrepassabile e invisibile fra le cose raccontate e chi ne dovrebbe così venire a contatto e interessarsi, appassionarsi ad esse perché lo riguardano direttamente (ecco, l’immediatezza della comunicazione dipende dal medium utilizzato: e quello apparentemente più immediato e realistico, è in realtà il più indiretto e distanziante). 6/6/2000 Specie di titolo a posteriori per questo diario di dopoguerra: Vedi Sarajevo, e poi VIVI! 18/6/2000 La città era crivellata di spari, visibilmente martoriata dalla guerra e dalla morte che ancora si mostrava ovunque nelle facciate colabrodo dei palazzoni, nei buchi per terra e via di questo passo; però Sarajevo era piena dei rumori, dei colori e degli odori quotidiani della vita, una vita in cui sembrava esser tornata un po’ di pace, almeno un poca rispetto al delirio bellico. E non riuscivo a immaginare col bel sole, la bella gente, le bellissime ragazze il frastuono devastante della guerra, i colpi dei kalashnikov dei cecchini appostati tutt’intorno alla città, le granate e gli spari di mortaio in mezzo alle strade, con la gente che doveva attraversarle e si esponeva a tutto questo; niente, sentivo solo il silenzio, altissimo e, a contrasto, i quieti rumori della pace attuale. Poi ho visto Dobrinja, e ho capito: in quella catacomba a cielo aperto, in quell’angosciante isola di memoria simile a un museo-cimitero mantenuto come la guerra l’aveva ridotto, in mezzo a un quartiere ricostruito e tornato tranquillo, in quel silenzio irreale ho finalmente sentito il frastuono insopportabile (insoffribile) della guerra, e le sue urla, e la sua puzza di carne bruciata, di sangue fresco, le schegge di violenza che ti trapassavano gli occhi e la vita, la lacerazione totale dell’anima... Amen. Sarajevo: da macedonia culturale che era prima del conflitto, ora somiglia più a un frullato e pure un poco rancido... Da qualche giorno leggo Rumiz, Maschere per un massacro: mi mancano le ultime 20 pagine. E tutto è chiaro, e tutto è limpido, su questo pantano immane ch’è la guerra nei Balcani. Schifosamente limpido, oscenamente limpido e trasparente: vedo il fondo melmoso e viscido di ogni inganno, di ogni violenza, di ogni battaglia. Ho preso anche Sarajevo, maybe di Bettin, e conto di leggerlo in coda a questo. Poi verrò all’Italia: sempre di Rumiz mi aspetta La secessione leggera; e ancora: Enzensberger, Prospettive sulla guerra civile. Programmino devastante. L’altro giorno Gigi mi ha fatto leggere 2 fogli che gli ha dato la Serena (Sinigaglia, la regista con cui stanno intanto facendo uno stage, e poi forse lavoreranno insieme lei e l’Isola allo spettacolo sui Balcani). La poetica di ’sta donna, anzi ragazza di 27 anni che è una bomba assoluta, è: “il desiderio di non sentirsi sempre e soltanto dei coglioni di fronte ai grandi e piccoli fatti della storia contemporanea”. E si rifà a Pasolini, a Rumiz, e al suo amore teatrale che è «lo zio Willy» (Shakespeare, naturalmente: su cui stan facendo lo stage adesso, mescolandoci Sarajevo e improvvisazione...). Quel che conta non è la meta finale, ma la voglia di andare: e quello e chi si vedrà e incontrerà nel frattempo, ciò che si imparerà per la strada la meta è il percorso stesso, il ‘trarre agio dalla via’: il viaggio, insomma. Grandissimi. Tutti. Li amo. 21/6/2000 Dopo Rumiz: verso Serena. Guardiamo i notiziari per ascoltare messinscene, e andiamo a teatro per scoprire, avere, vedere, sentire, vivere finalmente la verità. Messinscena della menzogna vs rappresentazione della verità. “Info-tainment” vs teatro (visione della divinità: della vita). 26/6/2000 Sabato scorso (24) sono stato a vedere la prova aperta dell’Isola con la Serena: li ha massacrati. Lei è una miniera di idee, situazioni, pensieri, scene, parole, cambi di vedute e incroci tematici, cortocircuiti di significati è pazzesca insomma, e dura, e fortissima. Ha ballato un po’ con loro, verso la fine, dopo averli addirittura ridicolizzati davanti ai loro amici e parenti, cioè noi: ha ballato con loro per dirgli, fisicamente anche se non a parole, che è con loro comunque, e non contro, qualunque cosa dica o succeda durante le prove, anche quando li bacchetta a morte. È magrolina ma non troppo, rosso-biondiccia di capelli, viso lungo, naso sottile e pronunciato, deciso, bocca e occhi mobilissimi, sereni e attenti, con una bella luce dentro. Non è uscita fuori tantissima Bosnia, nel complesso: più scene forti, opposte a scene «stile Baglioni» come le definiva la Serena. Mi è piaciuto molto Vanni che alla fine ha fatto un Gesù che poi si mette a volare con gli altri, fin che va una musica sul mare e le nuvole di Battiato. Poi anche Gigi, che ha fatto un demente di guerra, forse un po’ troppo patetico perché eccessivo, anche se tuttosommato appropriato all’orrore bellico... Che altro? Balli e musica a scelta libera, in un cospicuo mucchio di CD a disposizione di chi si sentiva di metter su quello che voleva al momento, secondo la situazione etc., canti improvvisati più o meno riusciti, e lo spogliarello finale tipo Full Mounty, con l’interazione-direzione vocale costante di Serena, fuori scena ma presentissima in ogni minimo gesto di tutti gli attori impegnati là. A Sarajevo ho scritto che quella città in particolare, ma un po’ tutta la Bosnia, era come una macedonia eccetera. Però adesso ho pensato che certo lo era, una volta, prima della guerra: ma speriamo torni ad esserlo presto... Intanto, però, è stata ridotta a un frappé, a un frullato indistinto di frutta troppo rimescolata, e malamente assortita, fatta spappolare insieme a casaccio invece che sminuzzata e dosata poi con cura e attenzione ed ora sta là, a marcire, abbandonata a se stessa, insapore e depressa di sé, oltre che del tutto disillusa rispetto agli altri paesi dell’Europa... Sono due-tre mail che ribatto a una tipa libanese di 20 anni che studia economia, ingenua-utopistica, che va a Beyrouth, a casa sua, periodicamente, e si dispera per il suo paese martoriato a quel modo. Le parlo di Sarajevo, Mostar, e Bosnia... Le dico che è stata una guerra-affare di più Stati, e che adesso in Bosnia ci son solo i cocci rotti e nessuna colla per rimetterli assieme. Solo l’Occidente, come già previsto dai “signori della guerra”, potrà ora far qualcosa per ricostruire quel paese: e guadagnarci così su il suo! 9/7/2000 ore 10:10 Probabile titolo per questo diario: Appunti e disappunti jugoslavi (riferito la prima parte alla visita là, e la seconda al ritorno con la lettura poi dei testi chiave per capire questi anni di guerra e alle riflessioni sul dopoguerra). * [dai quaderni ultimo stralcio] 2/9/2000 DOMANDA Perché la guerra è stata fatta esplodere in Bosnia cioè a dire nel cuore stesso dell’Europa, esattamente nel meridiano d’incontro/scontro fra i due emisferi culturali della Terra (Oriente e Occidente) ma anche insieme proprio nel parallelo d’incontro/scontro fra le due metà del mondo (Nord e Sud), tra le quali è (a dir poco) piratescamente ripartito il capitale globale, ovverosia precisamente all’incrocio esatto da cui si dipartono e in cui confluiscono e conflagrano tutte le divisioni e subordinazioni e domini in atto oggi nel nostro pianeta perché ciò è accaduto proprio e soltanto là, e nulla di analogamente insensato quanto razionale insieme, niente di così spettacolarmente pubblicizzato e demonizzato a un tempo è potuto succedere ad esempio negli Stati Uniti d’America, dove la miscela della multietnìa combinata col liberismo selvaggio provoca quotidianamente una reazione sociale spaventosa, che genera una quantità tale di vittime ragionevolmente paragonabile a quasi una vera e propria guerra civile, velata e mascherata da benessere e progresso? |