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Errata corrige: p. 61 "la miscela della multietnìa combinata col liberismo selvaggio".

LEGENDA: cliccando sul link rosso si aprirà una foto.

 

Ulisse Fiolo

SARÀ-JEVO?

Indice

1. pre-viaggio - dai quaderni
2. inizio diario di viaggio
3. lettera a Tiziano S. - stralci
4. continua il diario - post-viaggio
5. dai quaderni - ultimo stralcio

 

Tutto quel che vedo è poesia,
tutto quel che tocco è doore.

Ivo Andric, Ex Ponto

 

1. [pre-viaggio – dai quaderni]

18/4/2000

Ma quando finiranno?

I letali bacetti di lamiera
che i ragazzi si tirano
tutti i sabati sera...

Riunione del sito (Zero41). Proposto di mandar la traccia grafica e sonora del monitoraggio dell’attività cerebrale di qualcuno (come una sorta di segnale vitale base – ‘biosegnale’ – del sito stesso). Chiarite questioni di forma e struttura: 2 frame (scroll bar), una con ambienti e menu interni, l’altra con raggruppamenti tematico-argomentativi. La cosa + potente, comunque, è: che si è liberato un posto col Gigi per andare a SARAJEVO con la sua compagnia, l’Isola Teatro: serve il passaporto con il rinnovo in marca da bollo ecc., e 500 carte di liquidi. Speriamo d’aver tutto. E di tornar a casa con tutte e 2 (anzi 3!) le gambe. E VAI!!!

19/4/2000

SARAJEVO, MAYBE

A parte che, ieri sera, Gigi mica m’aveva dato la certezza che sarei potuto andare con loro; comunque, io stamattina sono andato a far le carte d’urgenza per il passaporto (scadutomi nell’89: crollo del muro di Berlino, Unione Sovietica e barriere varie – inizio ‘globalizzazione capitalistica’ etc. etc. etc.), e il bastardo dell’ufficio della Questura di Marghera mi fa, secco: «Dopo Pasqua». Allora una poliziotta mi manda da un certo Simonetti che «è una persona generosa» – nel frattempo parlo con un impiegato meno coglione, che mi dà le carte per l’urgenza e mi spiega bene come fare i documenti e tutto. Io, che alle 10:30 montavo in servizio, mollo tutto e vado a scuola ad avvisare e dove le colleghe bidelle mi coprono gentilmente finché son fuori: quindi torno in Questura, becco ’sto Simonetti e gliela smeno che sono d’una compagnia teatrale che prepara uno spettacolo sulla guerra nei Balcani ed io ero in riserva x questa visita a Sarajevo, e solo ieri sera ho avuto la conferma che andavo ed ero là solo x chieder s’è possibile far qualcosa, perché la partenza è prevista per sabato questo; lui, sconvolto, mi dice che farà il possibile e mi dà appuntamento x venerdì mattina, stringendomi la mano finché lo ringrazio infinitamente e un negro, che gli dà del tu, giura che lui (Simonetti) gli aveva detto di presentarsi stamattina e non nel pomeriggio; e intanto l’altro impiegato, quello coglione, che aveva sentito tutto ma capito un cazzo, borbotta ch’è la solita storia dell’italiano che arriva all’ultimo minuto sotto le feste, e che per lui è dopopasqua e non se ne parla. Intanto, il coglione, m’ha fatto le carte subito! Poi si vedrà. Venerdì. Scappo a scuola, ore 11:00, e mi cacciano diretto in Posta come ogni mattina, a sbrigar la corrispondenza: nessuno sospetta niente, perché le mie 2 colleghe son state brave a far finta ci fossi ma sempre irreperibile, x quella mezz’ora di ritardo. Adesso sono in vasca a togliermi il sozzume di 3 gg. di dosso, e aspetto Gigi che deve tornar da Vittorio Veneto dove stamattina aveva uno spettacolo: ci devo parlare e sentir se posso o no andar con loro. L’altro enorme problema, è che si tornerebbe il 30/4 – ed io già dal 27 dovrei rientrare in servizio. Potrei chieder ferie, ma se me le rifiutano poi non posso simulare una malattia (se simulo malattia, e son via, e quelli mi mandano la visita fiscale e mi segano?). Come cazzo faccio? Meglio chieder ferie: la segretaria tanto è in Libia, per cui si va dal direttore, che non sa un cazzo dei nostri orari e forse si riesce a combinargliela anche a lui raccontandogli la storia dell’orso. Cazzo: qua a furia di fiabe pare funzioni il mondo! Le balle hanno effetti di realtà maggiori della stessa verità. È tutta una questione di persuasione: un po’ di euristica e arte sofistico-oratoria, falsare giusto quel po’ che la verità sia meglio accettata, e via così. Mah... Sarà. Ma funziona!

20/4/2000

(Sarajevo, maybe)

Tutto ok: Gigi m’ha dato conferma del posto con loro (anche se il bosniaco che c’ospitava ha tirato il pacco e adesso andiam proprio all’avventura), il Coco-director m’ha concesso le ferie x il 27 e 28 (29 sarebbe risposo settimanale); manca solo che ’sto Simonetti della Questura domani mi rilasci il passaporto...

21/04/2000

SARAJEVO!!! Ho tutto (passaporto incluso): partiamo alle 8:30 di stasera da P.zza Ferretto a Mestre. Il viaggio comincia. Non credo ne ritornerò uguale a prima. Siamo, oggi, in avanscoperta: io, Gigi, il Vanni (amico anche della Michi), e un fìo bosniaco che ci accompagna e guida. Ospiti della comunità d’aiuti Sprofondo.

*

2. [inizio diario di viaggio]

21/4/00 – 23:30

La Bosnia entrava in noi con la sua musica,
fin che la luna tondeggiava rossa
sul nostro viaggio verso l’Altro Mondo...

22/4/2000 – 10:30

Dopo attraversate 2 frontiere (Italia/Slovenia e Slovenia/Croazia), arriviamo finalmente all’ultima: su un massiccio ponte di ferro, lungo il quale si snoda una carovana di gente sui più disparati mezzi di locomozione – proprie gambe incluse.
Questo ponte di frontiera unisce/separa Croazia e Bosnia.
Haso, il nostro amico che ci guida, è tesissimo.
C’ha raccontato dei serbi: di quello che han fatto – anzi: distrutto e devastato – durante la guerra, del male che han seminato in quelle terre con incendi e violenze di ogni tipo, e di quel che ha vissuto lui, in prima persona, in quegli anni...
E di quell’ultima serata a bere una birra, ancora come amici, col suo vicino di casa e compagno di giochi e ragazzate fin dall’infanzia: con quello che, la mattina successiva, lo ferma a mitra spianato insieme a un altro serbo, chiedendogli i documenti per il semplice attraversamento della strada, come se non si conoscessero assai più che bene. «Ma se siamo cresciuti insieme: abbiamo giocato, amato, vissuto finora come due fratelli!» – ci racconta Haso, ancora incapace di comprender quest’assurdità.
Mette il suo passaporto di bosniaco sotto tutti i nostri di italiani, e lo porge al militare di frontiera.
Passiamo, dopo ore e ore di coda: ed è subito tutta una grande selva, in giro, ai lati della strada – ricresciuta, in 5 anni che son passati dalla fine delle ostilità, intorno agli scheletri delle case bruciate durante la guerra, ormai finita ma ancora ben presente, non solo nella memoria, coi suoi resti e rovine di pietre e di persone, ma anche concretamente, in una tensione che è palpabile nei comportamenti di coloro che abitano ancora in quei territori.
Dopo una decina o più di chilometri, arriviamo a un altro ponte, che supera il fiume Bosna: questo è il vero confine tra la zona della Bosnia ancora ‘controllata’ dai serbi e quella più propriamente musulmana – e proprio sul confine c’è questo nightclub: Vila, si chiama; in realtà: un bordello dove vengono a scopare le due etnie, unendosi là dove non esiste separazione tanto forte da non valere almeno la riconciliazione primordiale del sesso – se non proprio dell’amore.

Attraversiamo così il dopoguerra di ricostruzione bosniaco, con la Ninnananna di Jovanotti che va in sottofondo nello stereo della macchina, dopo una notte passata a parlare con Haso, sempre alla guida (non ha mai voluto il cambio da nessuno di noi: che non si fidasse e temesse per la sua bella Volvo coupé!?); ci cullano le onde verdi del mare di colline che si stende intorno a noi, noi che si parla e tace con dei pensieri enormi su come sia possibile quel che è successo qua, appena qualche anno fa, in questi fantastici posti dove la natura sprigiona potenza e cresce rigogliosa ovunque, coi segni di tutta questa micidiale nullità dappertutto, che ci si incidono negli occhi e non soltanto in quelli – e intanto che prendo appunti sul mio taccuino Moleskine regalatomi di fresco da mio zio, Haso mi richiama alla realtà per farmi notare una bionda, molto bella e provocante, ferma a un chiosco che superiamo in quel momento, e mi dice amichevole: «Ti perdi tutto, per scrivere le tue impressioni» – sorrido, chiudo gli appunti, e guardo: in effetti, è decisamente meglio la biondona che si mangia un panino, rispetto alle mie lugubri elucubrazioni post-conflitto!!

Ma intanto, i relitti delle case incendiate continuano a galleggiare alla deriva, balenando qua e là in sfilata ai finestrini, nel mare collinoso di grezzo verde della Bosnia, che tutto circonda e riconduce alla pace della terra...

Ore una meno 5

Haso e Ale, l’altro nostro accompagnatore aggiunto (amico di Haso), deviano dalla rotta e ci portano in un locale (Behar, è il nome) in riva a un fiume: si sale in una specie di salottino appartato al primo piano, tipo boudoire, con dei poster molto kitch di modelle tettute belle nude alle pareti – mangiamo panini enormi, disumani, con salsicce tipiche (i famosi chevapcic) condite da una sorta di crema acida simile a yogurt andato a male – oliosissimi, vere mine per l’intestino e il fegato; ne avanziamo 2 perché son troppo pesanti per i nostri stomaci italiani. Poi scendo ai tavoli all’aperto, con alcuni altri ch’erano già andati giù prima: c’è un bel sole, e resto di stucco alla vista di un intero vitello impalato e spellato, ma così com’è, che dei personaggi cuociono a girarrosto, lentissimo, con un fuoco a legna improvvisato appena fuori del locale; e ce ne offrono un pezzo tagliato al momento con un coltello tipo Rambo – intanto che va una musica alla Kusturica pazzesca, diffusa dalle casse posizionate sotto la pergoletta, con noi sbracati sulle sedie, capottati tutti quanti di stanchezza, e di felicità: stiamo arrivando, Sarajevo!

23/4/2000 – 12:20

Sarajevo ci saluta, sorridendo nel sole dalle sue colline, oltre cui splendono alte e lontane delle cime rivestite di neve azzurrina. La Miljacka scorre tranquilla sotto le finestre della mansarda che un tipo di un bar c’ha rimediato per 15 mila al giorno, all’ultimo secondo – grazie ai ‘tramaci’ di Hazo!
La comunità di volontari che avrebbe dovuto ospitarci, Sprofondo, aveva orari e programmi troppo rigidi per noi, e ci siamo decisi a organizzarci alla meglio affidandoci a Hazo e alla sua conoscenza del posto e della mentalità dei sarajevesi: e difatti c’ha procurato un paio di stanze e qualche letto nel giro di pochi minuti. Polvere, sporco: ma un tetto per la notte per tutti, almeno!
Entrando in città, ieri, dopo 19 ore di viaggio (dalle 10 di sera del 21/4 alle 17:00 del 22/4 che ci siamo fermati davanti a Sprofondo): i palazzi martoriati dai colpi di kalashnikov e cannone ridevano sgangheratissimi nel pomeriggio tiepido fra i monti. E la città distrutta aveva comunque ancora una sua forte e vitale carica e presenza...
Aveva: ed ha! Il disastro, è più delle cose, insomma, che delle persone. Almeno, questo sembra – per ora.
Poi, la sera, alle 10, un ragazzo molto simpatico e amichevole conosciuto lì per lì, c’ha accompagnato a mangiare la seconda specialità bosniaca, il burek, nel vecchio quartiere turco, tutto botteghette in legno, basse a un solo piano, tipo far west – una cosa davvero mitica!
Oggi ci porta il caso. Come ieri, del resto...
Ed è bello – così.

19:30

Sveglia a 1⁄2 giorno, ché ieri s’è fatto assai tardi. Dalle 15:00 alle 18:00, in giro col Gigi a caso-naso, su per le colline dalla parte destra del fiume di Sarajevo: quartiere povero, zingaro-musulmano; una moschea piccolina su un terrapieno, con le lapidi scorticate intorno, fino in strada, in ricostruzione; ’sti vicoli con le donne a far la maglia sul marciapiede fuori dell’uscio di casa, i bambini a tirarsi il pallone in una viuzza col 90% di pendenza, che se gli scappa chi lo ferma più – arriva fin giù in città!
E come la Miljacka, con appena il suo 1/2 metro d’acqua sozza, continua a scorrere tranquilla, qui anche la vita sèguita il suo solito corso – ma non va da sola verso il mare, con uno sbocco autonomo: s’affida a un altro fiume, più grande, forse il Danubio – ché sia lui a guidarla, a riceverla e portarla finalmente al mare...
Così, la Bosnia del dopoguerra si getta nel flusso del progresso europeo e mondiale, sperando di arrivare da qualche parte, quantomeno di uscire dalle secche della ricostruzione di un paese tanto ricco quanto trascurato...

Nel quartiere turco, affacciandoci dalla finestra in un bar a cui poco prima eravamo stati richiamati dalla tivù che diceva forte «Ferrari, Ferrari!» facendoci ricordare ch’era domenica e si correva il Gran Premio di Formula 1, vedo allo schermo le immagini di Hakkinen primo e Schumy 2° che si congratulano appena usciti dalle rispettive monoposto – mentre, al banco, un vecchietto coi moncherini all’altezza dei gomiti prende su il resto che gli ha dato il barista, e con tremila contorcimenti riesce a ficcarselo in tasca della giacca, uscendo...

24/4/00 – 1:20

Buonanotte, Sarajevo!

Ore 9:00

Apro la finestra, e la Miljacka gorgoglia il suo buongiorno fin su alla mansarda dove dormiamo. Lunedì dell’Angelo: Pasquetta, per i cattolici – ma i musulmani non ci fanno troppo caso. Oggi inizio davvero l’esplorazione – con cartina e tutto!

12:10

Siamo in collina, dalla parte della riva sinistra della Miljacka, quella opposta al giro che abbiamo fatto ieri: Sarajevo è immensa, si stende per tutta la lunga e stretta valle anzi sarebbe più esatto dire gola, traversata dal fiumiciattolo sporco che la taglia giusto nel mezzo; noi ne vediamo per ora il solo quartiere vecchio (quello turco, la Bascarsija, o come diavolo si chiama – ché qua le grafie delle cose slave son tutte alla ‘come mi suona’) e poco oltre, verso nord-ovest; ma dietro appena due dorsi di collina, fatta qualche svolta sulla strada lungo il fianco della cerchia collinare che la circonda tutta, ecco che scopriamo che la città continua per altri 2/3 e passa...
È mista in tutto, in ogni senso: religioni, vecchio/nuovo, collina/pianura (altopiano), metropoli/villaggio...
È una enorme bacinella dove ci sta una macedonia culturale e umana pazzesca.
Macedonia dove ogni singolo pezzettino di frutta aggiunge una particolare sfumatura di sapore e di colore all’insieme del coktail multietnico e multiculturale che è Sarajevo, e la Bosnia tutta.

Allo stadio, ch’è sull’altro versante della cerchia collinare, si racconta che durante la guerra ci seppellivano i morti (troppi, troppi morti...); poi, a guerra finita, hanno fatto la prima partita in tempo di pace ristabilita: Italia-Bosnia!
Una metafora pazzesca mi colpisce in pieno cervello: la vita torna a giocare sulla morte – la vita è un gioco sopra la morte, una partita con e contro la morte, sempre; e qua l’ho visto e toccato con tutti i sensi, e in ogni senso...

Il mio cappello ha la forma esatta dei miei pensieri; o meglio: dei pensieri che mi ritrovo in testa non so neanch’io come; pensieri che, forse, sono l’esatto punto d’incrocio, il raccordo o incontro tra la terra percorsa dai miei piedi vagabondi e stanchi, e i cieli dei giorni che trascorrono lassù, sopra di me, su tutto, tutto quanto...

Ossigena la mente sui monti; allunga-allarga la vista, amplifica-sprofonda tutto giù per la città distrutta – e sempreviva!

La guerra se ne sbatte dei bei colori che ha Sarajevo sotto il sole di primavera...

Ho visto uno ‘zebra-tram’ – lo giuro!!!

Palazzone-metafora: pianterreno devastato, pilastri di sostegno macinati, tutto bruciato e, sopra, tutti sforacchiati e ciascuno con la sua bella parabola TV, i vari appartamenti abitati dalla gente, che non ha altri posti dove andare a vivere – più o meno tranquillamente.
Esplicitazione della metafora: queste persone vivono sulla devastazione, sulle rovine, sull’abisso...

Ore 19:20

Prima linea di Resistenza, dopo il quartiere di Dobrinja, vicino all’aeroporto presidiato dall’O.N.U. durante la guerra (circa: 1992-1996 – ma le propaggini si trascinano fino ad oggi, giù, nel Kosovo e in Montenegro...): groviera, distruzione assoluta. Quartiere accanto: ricostruito, nuovo di zecca – pare un camping.
“Al n° 45, ancora intatto il civico, un giorno i rombi degli aerei si sono sostituiti a quelli delle granate, delle mitragliatrici – e ho perso così la casa, la famiglia, la vita; ho smesso anche di bestemmiare, perché era tutto inutile ormai: anzi, ‘Dio’ faceva parte dei motivi per cui ci sparavano, ci sparavamo addosso...” – mi sento raccontare da una specie di ‘voce da fantasma’ che aleggia qua intorno, tra i buchi delle case e il vento di sole che tutto s-travolge...

Le case ti guardavano dal fondo delle loro orbite vuote, come teschi-larve davanti alle quali nessuna parola valeva più: volevano che sentissi le grida, conservate intatte in quel loro spàsimo di catacombale silenzio, che regnava su tutto – volevano che sentissi, adesso, le grida congelate dentro ad esse, di chi non c’era più e ancora urlava, da allora, in quello straziato silenzio di macerie e distruzione, in quel vivo cimitero della morte...

Campi: coltivati – a mine!?!

All’andata, Hazo ci raccontava che, in tempo di guerra, per mangiare accendevano fuochi anche con mobili di pregio e tutto quello ch’era buono da ardere, ché in quello stava ormai l’unico pregio rimasto, l’ultimo vero valore: quello della pura sopravvivenza.
Un giorno hanno mangiato «bistecche alla Nike» bruciando scarpe di quella marca per far fuoco: da allora son diventate un ‘simpatico aneddoto’, oltre che una sorta di ‘specialità della guerra’ nel menu di resistenza...

25/4/00 – 8:50

Di Eros, io qui taccio. Perché ne parla già così bene e a fondo la città a ogni sguardo, a ogni più piccolo accenno alla beatitudine dell’anima, promessa come pace e tenerezza da questi corpi così belli e veri che han le ragazze slave – non artificiosamente ‘costruiti’, dipinti, rifatti o comunque tenuti su con i vari trucchi e illusionismi in uso da noi, insomma...

12:45

Attraversiamo la devastazione – con l’allegria di un bimbo che va su e giù sull’altalena delle sue emozioni...

Il dolore fa male – davvero – solo quando non hai (più) niente per cui valga la pena soffrirlo (sopportarlo). Un affetto, di qualunque razza colore sesso etnia possa essere...

Le bellissime donne di qui riescono a render piacevole anche il lutto apparente di questa moda senza colori, grigionera, buia, dark – a parte che a me son sempre piaciute le ragazze darkettone, la pelle candida e i capelli corvini a contrasto, occhi luminosissimi pur se scuri e quell’aria di malinconia profondissima che emanano a ogni passo, sguardo, gesto.

26/04/00 – 21:00

Oggi, niente da scrivere.
Giornata relax con Ale e Hazo a Travnik (moschea del ’700, aromi a fine preghiera, scrittura araba tipo calligramma: disegni-scritte, incredibile...).
Partiti con le nuvole, e tornati col sole.
Prati, bambini – pace.

’Sti bosniaci, mi sembrano tuttosommato molto equilibrati – nella loro pazzia. Vivono come se giocassero a pallone sull’orlo d’un burrone: perfettamente consapevoli del pericolo che corrono, come anche del fatto che questo non è certo un motivo sufficiente per rinunciare a giocare.
Nel parco, a Zenica, oggi Vanni ha cacciato di colpo un urlo, ché c’era un bambino spinto dal padre su un’altalena proprio in riva al fiume, la Bosna: «E se gli scappa indietro il piccolo e finisce in acqua?» – si chiedeva, temendo che il bambino scivolasse indietro via dal sedile, cadendo così nel fiume; credo che il padre si sarebbe subito tuffato per recuperarlo, in quel caso, senza tanto allarmarsi e anzi godendosi pure il bagno, vista la calda giornata che c’era. E poi, c’è un “se” davanti a tutto.

Qui le ore passano tra i canti dei muezzin che chiamano i fedeli alla preghiera: 99 volte il nome di Allah, devono dire, e ogninome è un’ A Z I O N E che porta al, anzi IL paradiso – noi ad esso, ed esso a noi, sempre...

27/4/00 – 9:20 > 10:00

Ieri è successo di tutto.
Qua si va avanti di momento in momento, senza sapere cosa succederà un istante dopo – improvvisandosi il futuro come viene: stiamo imparando benissimo dai bosniaci, veri maestri in quest’arte sopraffina di arrangiarsi cavandosela via via, come capita.
L’Isola aveva la riunione: per far il punto sul viaggio e il loro lavoro su Sarajevo e la guerra; e Michele e io, che non c’entravamo, siamo andati all’Obala bar (eravamo arrivati a capire che ‘obala’ vuol dire ‘spiaggia’, più o meno – ma in realtà avevamo capito male: significa ‘riva’, difatti il bar sta in riva alla Miljacka), che è il ritrovo degli studenti (e non solo) dell’Accademia, sotto-vicino al teatro dove ieri l’altro abbiamo assistito a una prova per uno spettacolo-esame che l’Oriana, amica dell’Alberta & Co., deve dare.
(Questo cambio di penna, da nera a blu, fa parte delle infinite variazioni o assestamenti di programma, causa imprevisti e variabili inimmaginabili, cui si è costretti qui continuamente per sopravviver decentemente...)
Riprendiamo il discorso: a ’sto bar Obala ci intorta un tuttofare-artistoide bosniaco di 23 anni, che si chiama (e c’ha la faccia giusta per il nome che porta!) Attila.
Ci racconta, fra le birre, un sacco di cose: che al regime comunista è subentrata, senza nessun passaggio intermedio di presa di coscienza e riflessione autonoma da parte della popolazione slava, direttamente un’altra ideologia importata da fuori, cioè il ‘sogno americano’, o l’incubo a seconda dei punti di vista; che i sarajevesi son pieni di energia ma incapaci di creder davvero di poter far qualcosa, e quindi non son né pratici né costruttivi (questo è vero soltanto nel senso della progettazione a lunga scadenza, ché nell’improvvisazione momentanea sono dei veri maghi – insuperabili); che fin che c’era la guerra, per paradosso, c’era un clima (non solo culturale) molto migliore di adesso (un po’ quello che anche l’Oriana ci raccontava per la sua esperienza col teatro e la ‘nuova gente’ del dopoguerra); che si deve stare qua un bel pezzo davvero, per poter comprender la vita bosniaca e il suo ritmo reale, al di là e al di sopra delle trombe della storia-retorica (delle notizie e dei resoconti che arrivano all’Occidente, insomma: probabilmente questo incluso); che lui ha imparato l’italiano (che parla accompagnandosi con una gestualità che supplisce benissimo alle carenze di lessico, peraltro) come il bambino fa una cosa vietata dai genitori, o «come il torturato sputa in faccia al torturatore» e anzi lo invita a infierire ancora di più, perché è ormai ben oltre la soglia del dolore (questo ce l’ha detto poi, quando siamo andati ‘a casa nostra’ in mansarda, con lui e un suo amico pseudo-attore, a farci la seconda e poi 3a tromba della serata: là abbiamo trovato tutti piuttosto stravolti – Gigi era viola, col mal di testa e la cagarella – appena finita la discussione tra loro dell’Isola; e se ne sono andati tutti a letto distrutti, a parte la Sara, io e Michele, che coi due bosniaci ci siamo scolati ’ste altre 8 latte di birra da 1 marco prese nel baracchino sotto casa, parlando fino a tardissimo).
Ultima cosa che Attila c’ha raccontato, lucidissimo nonostante o forse ancor più per la cannabis che aveva in corpo, è che – e qua l’ironia (e autoironia) di ’sta gente tocca il suo culmine massimo – ormai sono stati battuti dal Kosovo 3 a 2 (chi vede un po’ di macellamenti nei TG italiani, e non solo italiani, capisce in che senso «battuti!»...).
Con l’Isola, sembrerebbe che ieri l’Ilaria abbia dichiarato la sua decisione di smetter di recitare, e di voler occuparsi solo di gestione e al limite aiuto-regia all’Alberta, che si troverebbe a dover tappare il buco organizzativo lasciato dalla regista con cui era partito il progetto teatrale [Serena Sinigaglia – il nome l’ho saputo solo una volta tornato in Italia], se questa decidesse mai che non vuol più fare ’sto spettacolo con loro.
Oggi si decide come tornare (per strada, via costa; o in traghetto, con tappa a Mostar – con calma), e quando (domani se c’è il traghetto, dopodomani se non c’è).
Ieri le canne mi hanno abbastanza storto. Non male, però: anzi.
Oggi, adesso, ho appena fatto colazione e cambiato 200 carte, e sono in un parchetto in centro ad annotare tutti ’sti casini, e c’è una morazza con gli occhiali da sole e due poppe belle sode come ce le han solo ’ste gran gnoccolone bosniache, che mi fissa mentre chiacchiera con la sua amica...
Io andrei anche a imbarcarmela, ma la roba di ieri che abbiamo mangiato, più la birra e le canne fumate, m’ha scatenato un macello nella panza e c’ho la cagarella anch’io a ogni secondo, cazzo!
Ma questa è solo una scusa, forse...
Sarà che scrivo da mezz’ora buona e sembro uno strano, e per questo forse attiro la sua attenzione...
La morazza proprio non mi molla: adesso si passa le mani nei capelli, prova una crema per la pelle spalmandosene un poca sulle braccia nude, sta al sole come un frutto a maturare – òstia che figa è!
Io fingo di scrivere e intanto la guardo, la spio che fa tutti questi gesti che pare invitare a trombare all’istante: matura, sì, come un bel frutto succoso e polposo, ai miei occhi vogliosi di lei che mi si mostra – così!
Per far colazione in qualche baretto della Bascarsija, stamattina ho preso il tram – senza biglietto, come al solito: ed era «lo zibra!!!».
Gigi lo caccia come un matto per fotografarlo, ma l’unica è non cercarlo più: e allora ti viene incontro da solo – e ti sorprende, come tutto qua.
Ah: ieri Hazo e Ale son venuti qua e, per far quelli che per noi sarebbero stati 30 semplicissimi e lineari km – da Sarajevo a Zenica –, loro ci han fatto invece fare il giro di tutte le colline qua intorno: stupende, con la gente sul prato a spartirsi il pane e il vino, e i bambini che giocavano al sole su per le piccole chine – una cosa mai vista, così appena fuori città, in Italia.
Ultima cosa: sto facendo l’abitudine ai fori di kalashnikov e cannone sui palazzi – ed è appena qualche giorno che son qua: ma già mi sembrano ormai tranquilli, come i fiori sulle tendine alle finestre delle cucine...
O come le parabole televisive, che sbocciano davvero dappertutto: a ogni poggiolo, sui tetti, alle finestre, ovunque, e sono forse più che gli stessi innumerabili buchi di mitraglia e mortaio che crivellano i muri, i selciati – tutto quanto, qua.
Suonano le 10 e 1⁄2, la mora è sempre là che sfumacchia, e per scriver ’sta roba pseudo-nonsocché mi son perso anche una biondina boccolosa carinissima, con gli occhi celesti e un culetto favoloso, ch’è passata e volevo seguirla in quell’onda di movimenti-musica, ma mi son detto “finisco di buttar giù ’st’ultima nota e la prendo”, e invece ’sta cazzo di nota non vuol finire, come questa forse-ultima mattina-giornata a Sarajevo – credo sia per questo che sto tentando di guardare e capire il più possibile, fin che sono ancora qua...
E intanto, molte cose davvero belle mi passano davanti e io non ho che appena il tempo di guardarle un attimo, di accorgermi che ci son state – e, un istante dopo, ecco, già non ci sono più.

10:40

A Sarajevo, come niente puoi trovare una tizia che è sputata a Pamela Anderson, solo che vende scazzata e tranquilla i suoi gelati a un banchetto piazzato giusto all’ingresso del viale che traversa il centro vecchio della città! E se non è lei, per via che l’originale si è nel frattempo sgonfiato le tette e questa invece ha due bocce della madonna, se non è lei beh di sicuro è più figa e sgnacchera che mai lo stesso – anzi di più ancora!

Poche le fìe in gonna corta, ho notato. Mini: praticamente nessuna.
O pantaloni stretti sui culi sodi e schiappettanti, o sottanoni lunghi da musulmane o zingare.
Questa che aspetta e adesso prende il tram stracolmo – ancora lo ‘zebra’, oggi mi rincorre! – è la prima biondona con gonna discretamente corta che vedo.
Oppure ci sono le zoccolone – rarissime ma ci sono pure qua, eh – con mini da brivido che sculano come animale in cerca di manacchioni fra le cosce – ma quelle, ovviamente, non fanno testo e quasi non sono da considerare tra la popolazione femminile normale della città: son comunissime troie come ce n’è dappertutto, troione o troiette ma insomma ci siam capiti – quel che conta è che sono internazionali!

Tipico esempio di distacco-difesa ironica sarajevese e bosniaca in generale: Attila, ieri sera, ci raccontava che il marsupio qua lo chiamano ‘rene’, nel gergo giovanile; questo perché i primi che se lo son preso andavano in giro ostentando ’sto robo a livello vita, come dei mongoli, e per non far la figura del curioso in ammirazione etc. qualcuno ha sparato ’sta storia del ‘rene supplementare esterno’; tipo che viene avanti il tizio fighettone-sfigato con ’sto marsupio in mezzo alla pancia, e un altro lo ridicolizza con una battuta tipo: Ma dove vai con quel rognone là?!!
Hai capito che, dopo questo, non c’è più bisogno di far tanta analisi critica al modello capitalistico americano importato anche nell’ex Jugoslavia di oggi: è già stroncato in partenza, già fatto fuori prima ancora che ci metta lingua la ragione – è proprio una cosa di visceri e panza-emozioni, l’ironia di ’sta gente (e notare che la metafora, il vocabolo originale da cui s’è espiantato-traslato il termine in un altro significato, indica una cosa fisica-naturale e non un derivato-artefatto tecnico-commerciale, come contrariamente succede in genere da noi: questo dà la misura della distanza che passa tra il nostro quasi annullato attaccamento alle cose concrete della vita, e il loro ch’è invece ancora fortissimo).

28/4/00 – 13:15

Preso un altro CD a neanche 20 marchi: il primo, dell’altro giorno, è di Bregovic anni ’60 (lui non canta, suona solo la chitarra elettrica e in copertina sembra il mitico Jimmy Page dei Led Zeppelin), questo è di Vlatko Stefanovski ed è un hardrock etnico macedone molto curato e molto bello.
Ho chiesto alla commessa musulmana se ci sono altri negozi di musica, anzi di strumenti musicali, e mi ha indicato un posto che a occhio è proprio dietro ‘casa nostra’; però, diceva (o almeno mi pare di aver capito così, ché parlava in inglese e io non lo so) che è uno studio: Rasa Studio, si chiama, e un barista in Bascarsija mi ha poi detto che forse è proprio sotto una delle due torri (la 1a, quella col buco tondo di cannone nella pancia) vicino all’Holiday Inn che si vedono dalla finestra del nostro bagno. C’era (c’è più?) la sede di una radio – forse, stando a quel che ho inteso (ma ripeto che non so l’inglese, e vado a naso più che a senso – cazzo devo fare un corso base, almeno per capirmi un po’ diobòno!).
Adesso mancano 10 minuti all’una e 1⁄2 che abbiamo appuntamento al “To be or not to be: no problem” (qua pare che il popolino ce l’abbia nel sangue, l’ironia shakespeariana – bisogna ammetterlo!), ristorante dove si mangia da dio e il cuoco-proprietario ti cucina il cibo sotto gli occhi (tipo il mitico “89” a Parigi, ma meno rustico-zozzo!). Nel pomeriggio sarò a caccia di ’sto posto, e chissà che non si riesca a metter qualche corda sotto le dita – finalmente: 7 giorni che non tocco una chitarra, è una sofferenza per me!
Appena torniamo, comunque, col Gigi siamo d’accordo di partire subito con qualcosa: chiamo Silvan mago-batterista e Stoppa-matto al basso e si va, si suonaaa!!!

16:45

Sette giorni che stiamo qua, e solo oggi riesco a chieder e sapere dov’è probabilmente l’unico negozio di strumenti di Sarajevo, alla tipa musulmana del negozio di CD – giriamo come coglioni sotto il sole a picco delle 3, seguendo le incerte indicazioni del barista cui avevo chiesto chiarimenti e dettagli, e non trovando un cazzo mi decido a cercarlo proprio in riva alla Miljacka, dove stiamo noi – e lo trovo: un buco buio con un’insegna invisibile e per niente connotata da negozio di strumenti, la porta prima (o dopo, a seconda che si risalga o discenda il lungofiume) del nostro portone di casa!!! Boiagiuda che roba: mai accorti di niente, nessuno!!!
Adesso mi ci ficco...
Chiuso, cazzo: sono entrato e il tipo mi fa che ancora non lavorano. Fanculo.

29/4/2000 – 8:10

Sarajevo scorre in fretta dietro di noi che sobbalziamo sulle buche rattoppate del suo stradone principale. È sabato, c’è smog e traffico in giro già a quest’ora e, all’orizzonte, una nebbiolina (che non penso sia dovuta solo alla mattina) copre tutta la via da fare... Prossima tappa: Mostar. Anzi no: un baretto per fare colazione, prima. Poi Mostar, e infine giù a Spalato e ritorno via costa con sosta per la notte. Siamo carichi come cammelli: 2 macchinette, 8 persone e bagagli corrispondenti. Speriamo bene.

The smell of the days...

Ore 11:00 – Mostar, primo impatto: più tombe che case.
La vita è già abbastanza tragica di suo: possiamo solo sdrammatizzarla, alleggerirla, riderne, godercela – perdio!!!

19:50

Visto Mostar, e ancora vivi... Nel macello di crolli e rovine tuttora in atto, residui visibili della guerra di qualche anno fa – «La gente qui è distrutta dentro: le case si ricostruiscono, ma le persone...» diceva un ragazzo di 23 anni e mezzo, napoletano, che da 9 anni non vede la madre e gli è morto il padre qua, e lui rimane perché il suo ricordo (o fantasma?) è l’unica cosa che gli è rimasta...
Adesso siamo in Croazia, a Krilo, in riva al mare, a qualche chilometro da Spalato, che si vede più a ovest sulla costa. Dormiamo qua, in un paio di stanze d’un motel rimediate al volo, poi domani un giro a Spalato e si riparte per tornare a casa – finalmente (dico questo per pura saturazione, non certo per insoddisfazione del viaggio o delle cose e persone viste e conosciute in esso...).

Indirizzo Internet che m’ha dato Michele, con un interessante reportage su Sarajevo scritto dal figlio di Sofri: http://www.sofri.org/sarajevo – controllarlo poi a casa.

30/04/00 – 8:20

«Che i cani de tuti i ta morti!» – è il buongiorno di Sara a Michele, che le suggeriva ironico di prendersi anche lei un «black shit» per colazione, riferendosi al pessimo sapore del caffè che lui già stava sorseggiando sulla terrazza riva-mare del motel.
Ieri sera: stati a Spalato, palazzo di Diocleziano – che poi è un’intera città medievale, o meglio i suoi resti, comunque cospicui: a metà fra Venezia (callette, marmi per terra, architetture leggere e aeree) e Vicenza (maestosità, colonnati, archi, timpani). C’era il rischio che ci rubassero l’auto, ed io ch’ero stanchissimo e non vedevo l’ora di svaccarmi in un letto morbido (e poi, ma chi mai si sarebbe fatto in autostop la strada di ritorno fino in Italia – perché i treni non funzionano da anni in tutta l’ex Jugoslavia!) ho detto: «Se succede, tiro una bestemmia che apro il mare in due come Mosè e torno a casa a piedi!».

9:30

Arriviamo in stazione a Mestre, ché Vanni prendeva il treno, alle 8:30 circa di sera per tornar a casa (non ha la patente): «pien de musati!!!». Comunque: meglio i morsi delle zanzare che le sforacchiature delle mitragliatrici... Tutto bene. E amen.
E via!

Il rientro a casa: il garage, il letto, la sala intatta e nuova piena di libri – tutto conferma la mia sensazione di maggiore ‘stabilità esistenziale’ pur in quella precarietà apparente di vita in cui versa ancora Sarajevo e la Bosnia tutta, piuttosto che qui dove tutto è più o meno garantito e controllato ma sempre in costante pericolo di degenerazione in barbarie pura (ché la tecnologia è soltanto un surrogato della civiltà, e anzi fa da sedativo alla violenza sempre latente-incombente – visto che la sola cosa davvero importante per la civiltà, la cultura, viene oggi invece considerata come un mero optional intellettuale, per niente necessario... Mi sento un fabbricatore di ‘gadget per l’anima’, inutile quasi come il nulla insomma...).

Dopo il ritorno a casa

La sera di venerdì 28/4/00 che siamo andati a mangiar fuori con Mira (la tipa del Centro Donna di Sarajevo, che l’Isola conosceva) e il suo ragazzo Harold, macedone, abbiamo bevuto e dato sfogo (tutto è partito dalla Illy, che forse più di tutti ne aveva bisogno per la disciplina conoscitiva cui si era costretta per tutti i giorni passati – e infatti è stata anche quella che più se n’è pentita poi, per ovvi motivi) alla tensione dei giorni scorsi, tutti all’insegna della conoscenza e dell’elaborazione istantanea delle cose viste e scoperte nel frattempo, senza staccare mai la spina del cuore-pensiero e abbandonarsi ai giorni così come venivano (questo per me è stato un limite del viaggio fatto, che se durava tipo altri 5 giorni si poteva affrontare tutto fin dall’inizio con più relax e distensione, utili anche per lasciar depositare e riposare-decantare nella memoria le cose recepite via via): e ci siamo messi a fare il controcoro a dei militari francesi (ma avrebbero potuto esser benissimo anche italiani o altro, non è questo il punto) che bevutissimi intonavano una canzone popolare delle loro dietro l’altra; e noi abbiamo risposto con una sentitissima (per me di sicuro) «Oh bella ciao!» che è un inno di libertà e vita eccezionale; qualcuno ha addirittura ballato e invitato a ballare anche le ragazze dell’Isola. Solo che Mira e Harold erano seccati, tesi e impartecipi: perché davamo confidenza a degli usurpatori della loro terra. Ma là si era soltanto uomini, spogli di ogni divisa e oltre ogni divisione. Almeno ai nostri occhi di paciosi Italiani. Per loro, per i bosniaci dico, i militari stranieri restano inutili-parassiti-invasori-rompicoglioni (Attila conferma).

1° maggio 2000

[Dal quaderno – Il diario di Sarajevo avrebbe in teoria dovuto concludersi ieri, col rientro in Italia e la fine di quell’esperienza. Ma è davvero finita, può finire sul serio una cosa come questa: un confronto fra mondi da cui la comprensione d’entrambi trae reciproco giovamento? Non credo. Infatti altre cose spunteranno più avanti, magari tra molto e molto tempo, chissà. Quindi, il quadernetto di Sarajevo resta aperto, pronto a ricevere altre impressioni e pensieri a posteriori, ma sempre attualmente inerenti quel viaggio-esperienza assoluta.]

10:20

Sarajevo, Bosnia e compagnia non son per niente finiti, nella memoria e nell’immaginazione – anche se nella realtà siamo tornati a casa, ed è giorno di festa.
Lo dico perché i sarajevesi hanno un’innata capacità, l’abilità straordinaria di render lieve tutto ciò che è grave, di ‘volare con ali di piombo’, per così dire: li vedevi schivare le buche sui marciapiedi devastati come dei ballerini sulle punte, e me li sono immaginati a sgusciare tra i tiri dei cecchini per procurarsi il pane, a «danzare tra le pallottole» (come ho sentito dire a Zanzotto in altra occasione) rendendo anche il pericolo mortale così ‘bello’, e quindi ‘sensato’.
Poi c’erano le macchie d’inchiostro (cemento, in realtà) colorato, versato a tappare le abrasioni del selciato procurate dalle granate leggere (quelle pesanti facevano voragini): tutto il centro era costellato da questi schizzi di colore in mezzo al grigio dei marciapiedi; perché i sarajevesi hanno la capacità di render bello e creativo anche ciò che hanno sofferto, che gli è stato inferto anzi – che son stati insomma costretti a subire: riempire con del cemento multicolore lo sfregio d’una granata sull’asfalto, è un esempio semplice e normalissimo, per loro, di come questa gente sia forte e capace di colmare con la propria energia positiva e vitale anche i vuoti e le ferite spaventose che la guerra ha aperto dentro di loro.

*

[lettera a Tiziano S. – stralci]

7/5/2000

[...] La mossa iniziale, la voglio prender dal viaggio a Sarajevo (con visite anche alla Travnik di Ivo Andric, alla Zenica del nostro amico e accompagnatore Haso, alla Mostar dei telegiornali e della speranza distrutta, alla Spalato di Diocleziano e del turismo occidentale) da cui sono appena ritornato. Nove giorni, inclusi l’andata e il rientro in macchina attraverso la Slovenia e la Croazia, di un’intensità e di un’emozione folgoranti, fondamentali. Ci ha accompagnato (eravamo: io, un fotografo & la sua ultima storia, un moroso di una della compagnia, più una banda di squinternatissimi quanto bravi attori della compagnia Isola Teatro di Venezia [Alberta, regista; Illy; Gió; Sara; Gigi], di cui conoscevo un solo componente mio amico e vicino di casa, che m’ha proposto il viaggio appena tre giorni prima di partire, ché s’era liberato un buco all’ultimo momento – ed io mi ci sono infilato alla grandissima! Stanno preparando uno spettacolo sui Balcani e la guerra...), dicevo ci ha guidato un ragazzo bosniaco (Haso, appunto, cui poi s’è aggiunto Ale: un suo amico di Travnik conosciuto in Italia) che ha perso soltanto tre dita – per fortuna! – della mano destra combattendo per il suo paese, la Bosnia, raccontandoci via via durante la traversata a suon di Bregovic anni ’70, la storia di quei paesaggi che rimangono, al di là dei resti tetri e consumati della guerra spersi in essi come scheletri e fantasmi ammonitori, comunque ancora davvero magici e fiorenti d’una natura meravigliosa.

Poi è stata la volta di Sarajevo. Città che volevo vedere da anni: quando ancora c’era la guerra, ma era troppo pericoloso andarci. Comunque ho visto abbastanza lo stesso, in questo senso: le case-teschio mute-urlanti sbrindellate all’aeroporto di Dobrinja, la periferia sforacchiata e pericolante e tuttavia abitata tranquillamente da quei matti dei bosniaci, il centro vecchio turco totalmente illeso, fantastico, gli sterminati cimiteri musulmani, ebraici, cattolici cosparsi di migliaia di lapidi nuove di zecca, tutte datate in morte: 1996 – e la stessa soffitta dove abbiamo potuto sistemarci noi all’ultimo momento (evitando di andare a finire nella comunità di aiuti Sprofondo, con cui pure avevamo preso accordi – poveretti), mansarda nuova nuova, incendiata per ben 4 volte durante i sei anni di assedio alla città, in un palazzo giusto sulla linea del fronte (che arrivava, a sud, fino alla Miljacka, il fiumicciolo che percorre per il lungo tutta quanta Sarajevo, ch’è circondata da ogni parte da colline, tutte abitate da questi fantastici zingari-campagnoli: una perfetta fossa della morte ad uso dei kalashnikov dei cecchini e delle granate libere dei serbi...).

Al ritorno: Mostar – un vero paradiso in terra, violentato dall’inconcepibile furia (auto)distruttiva della specie (dis)umana. Tutto ciò che si vede, è ricostruito. Raso al suolo il resto. Gente troppo pacifica: incredibile come sia stata possibile una tragedia come quella che là si è consumata... Tensioni ovunque, poi: serbi contro bosniaci, croati contro bosniaci, mondo contro l’inerme, povera, disfatta Bosnia (a proposito, per sdrammatizzare ma neanche tanto: sai che girando per la Bascarsija, il quartiere turco, sono entrato in una bottega d’un ramaiolo dove sentivo battere, e dentro c’era ’sto tipo col bulino in mano, al lavoro su un piatto che la città di Sarajevo avrebbe consegnato a Roby Baggio il giorno dopo, il 25 aprile, ché si doveva giocare una partita storica: Bosnia vs. Resto del mondo! E lo stadio, durante la guerra, era stato adibito a cimitero: non è un simbolo, una metafora-reale bellissima, questa del giocare sulla morte!? – tipico dei sarajevesi, dei bosniaci).

Là, niente è possibile – perché un buco di culo dell’universo più sfigato e isolato di quello, giuro io non l’ho mai visto in vita mia! I chilometri di Tir in coda per ore interminabili alle frontiere, migliaia di parabole televisive in boccio al posto dei fiori sui terrazzi: il solo contatto rimasto col mondo esterno, per questi personaggi post-comunistati di un’energia e di un fatalismo inimmaginabili. Questa è Sarajevo: «Questa è Bosnia» – spiegava Haso come dire ‘amen’, flemmatico ma lucidissimo, ad ogni nostra osservazione sull’irrealtà assurda d’ogni pur realissima situazione che ci si parava davanti ad ogni giro d’occhi.

Non posso raccontarti granché, adesso: è tutto ancora così fresco, così mosso, inafferrabile, inspiegabile – inespugnabile quasi. Come lo ‘zebra-tram’ (va letto con pronuncia all’americana)! Un tram cittadino zebrato bianco e nero, che non siamo riusciti mai né a prender né a fotografare perché ci scappava sempre e passava nei momenti più impensati – solo la mattina dell’ultimo giorno, per caso e non aspettandolo più per niente, io: l’ho preso! Più in là, se vuoi, ti dirò meglio e di più. Con più tranquillità: e distensione, e meditazione sul percepito e annotato così in fretta, così ‘in pressa’ (compresso)!

Per ora, solo qualche emozione a caldo: ‘vitalità depressa’ degli abitanti di Sarajevo. Appena entrati: impatto-trauma con la devastazione degli edifici, tra cui brulicavano però mercati, bimbi, giovani e vecchietti. Un giorno, vagando storditi tra le rovine della periferia, c’imbattiamo in un piccoletto con ’sti due occhi blu-mercurio e la testa rapata, a petto nudo e croste fresche sui ginocchi, che si rinfrescava e beveva a una fontanella in una pausa di gioco: passiamo guardandolo contenti, e lui ci fa un gesto indicando la macchina fotografica e poi battendosi il petto con la mano, capiamo che vuole essere immortalato e lo inquadriamo in tutto il suo metro e dieci di energia pura come i tant’anni che ha: lui si mette in posa tipo Maciste coi pugni sui fianchi, e gonfiando i polmoni ci sfodera il miglior ghigno da bulletto buono che si ritrova in repertorio – ‘clic’, facciamo noi, e stiamo per andarcene soddisfatti, ringraziandolo con pacche sulle spalle e sorrisoni allegri e compagnoni: ma lui resta interdetto un attimo, ci si fa incontro di nuovo, e sfrega due dita tra loro, indice e pollice, ingrugnito ma speranzoso – noi, naturalmente, si cede a tanta minaccia, e gli si lascia qualche marco di spiccioli come giusto compenso per la sua prestazione extraprofessionale: «Te li sei meritati» gli fa dàndoglieli qualcuno di noi. E quelli un po’ più grandicelli che abbiamo trovato che giocavano a calcio su una via in pendenza su per le colline a nord, che se gli scappava il pallone chi lo ripigliava più! E tutta una vita così che non si è voluta spegnere né far spegnere a nessun costo; favolose le ragazze, poi: more con ’sti occhi-laser indaco-argento e culi e tette da premionobel. Una stabilità nella follia davvero invidiabile, han questi sarajevesi in definitiva: calma coranica e ironia, ironia, ironia, ironiaaaa in dosi magistrali!!!

Sono dei mostri di distacco; hanno un’arma micidiale, imbattibile, vitalissima: sono capaci di ridere dell’assurdità del dolore – il proprio, prima di tutto – (Bukowski, mi pare, dice qualcosa di molto simile in una sua poesia). È come se giocassero a pallone sul bordo d’un burrone! Mica perché non sanno che possono cadere da un momento all’altro: proprio per abilità innata – vedessi come ballano per strada, schivando le buche (quelle che non hanno riempito di cemento colorato, che sembrano macchie di pittura cadute direttamente dal pennello di Dio!), buche lasciate dalle esplosioni delle granate; hanno dovuto superare sei anni di ‘allenamento’ sotto il tiro dei cecchini, non per niente. Sono fantastici: di un’umanità, d’una cordialità, d’una disponibilità, d’un’affabilità e amicizia straordinarie (la cucina, però, è una mina per lo stomaco e il fegato italiani: attenzione! In compenso, la Sarajevo Pivo, la birra prodotta dalla fabbrichetta cittadina, rossa e arancione che par fatta coi Lego, è proprio buona. Ah: niente vino, da quelle parti; le prime vigne, basse e stente, s’incominciano a vedere giù in Croazia – accontentarsi). [...]

*

[continua il diario – post-viaggio]

12/5/00 – ore 13:00
(prima della partenza x Muzzana del Friuli)

I buchi lasciati nelle case, per le strade, ovunque, non sono niente – niente: assolutamente, niente – in confronto ai buchi lasciati nelle persone, nelle famiglie, nell’anima e nella vita di chi queste case ha abitato e in parte ancora abita, o è tornato ad abitare.

21/5/2000

Ho scritto a Scarpa, che ho anche salutato di persona giovedì scorso a Treviso che presentava il suo ultimo libro: Cos’è questo Fracasso?. Gli ho scritto della Bosnia, del dopoguerra, di come stiamo tutti noi occidentali impazzendo e ne paghino le spese i più disgraziati... Quasi le stesse cose anche a Gian Pietro, che ho visto lo stesso giovedì da Scarpa.
In ’ste lettere ci son, forse, due cose che non ho ancora annotato qua. Il bambino che si rinfrescava a una fontanella in una pausa di gioco, nel quartiere-alveare devastato di Dobrinja, che ci ha chiesto di fotografarlo e si è messo in posa da Maciste e poi ha voluto un marco per la prestazione, con sullo sfondo le macerie della guerra che però non avevano forza su di lui, sulla sua vitalità contenta!
Poi, Mostar: i monconi del ponte sul fiume blu indaco a picco nella gola che l’attraversa – questo l’ho scritto nella cartolina alla Baseggio, dove lavoro: l’ultima spedita, e forse l’unica ma intanto di certo la prima arrivata (e le altre: perse?).
Per dire: le case, le cose, sembravano persone ferite, mutilate, umiliate, ma restavano ancora su: e dentro c’era la gente – viva, e per niente abbattuta, anche se piena di ferite, anche e soprattutto invisibili, infinitamente più di quelle evidenti in giro a tutti noi.

Poi c’è stata Muzzana, dove Sara e Michele si stavan facendo la casa: con l’Isola, Haso e Ale, Aziz (moroso senegalese di Gió) e Rudi amico di Sara e Michele, Vanna e Sandro (il fotografo). E il Pippo e la Pippa, dimenticavo proprio loro: le due mitiche oche bianche che scagazzavano ovunque e beccavano il culo all’Alberta! Grigliata enorme di carne, e dopo si è suonato e ballato, bevuti, fino a notte tardi (le 2-3, boh). Haso, a un certo punto (ci siamo ritrovati in cerchio con lui io, Gigi e Sandro, Aziz e la Gió), è partito con un discorso di guerra – pareva un reduce del Vietnam: convulso, in mezzo delirio, ma lucidissimo, disincantato, presentissimo – con la festa che continuava intorno, ignara dell’orrore su cui si reggeva, del suo cardine e centro... Diceva: «Se adesso, di colpo, così, capitassero qua persone armate che vogliono far violenza alle ragazze, non puoi essere pacifista a oltranza e andartene via e fregartene di cosa succede!». Così, lui ha combattuto: non per il suo paese, ché non gliene frega «un piffero», ma per difendere le persone che amava e conosceva da una vita – e poi se n’è andato, perché dopo la sua lotta non è venuto alcun miglioramento, non ha avuto nessun ‘ritorno di vita e speranza’ dal suo paese, e ha lasciato tutto e tutti per scappare nel posto più lontano possibile; pensava di andare all’altro capo del mondo, in Australia! Ma è passato per l’Italia, e ci si è fermato: adesso la sua vita è qua...
Patria!?? Come possono sentirla, loro, che per 40 anni si sono travestiti da ‘comunisti’ perché era l’unico modo per vivere tranquilli sotto la dittatura di Tito! Non sanno neanche cosa sia, la patria: e forse, questo è il loro primo ‘forzato’ risorgimento, in ritardo di oltre un secolo su tutte le altre nazioni europee; ma le sue conseguenze non sono certo positive... Sono una sorta di ‘zingari stanziali’: la Bosnia è solo un pezzo di terra in cui si sono fermati a vivere, nient’altro. La gente, solo le persone, sono il loro vero paese: la comunità – e basta: ecco, quest’idea è più pertinente di ogni altra al loro essere e fare – vivono comunitariamente, quasi ‘comunisticamente’, ma per istinto naturale e non per ideologia.

24/5/2000 – ore 21:00

‘Violenta meraviglia della vita’ – questo è l’esatto sentimento con cui ho sentito Sarajevo. Mi esce solo oggi, pensando al mio Traumazein [“Sciolto nell’oro liquido dei giorni, | il sole solforoso scava fosse | d’ombra nei corpi da carneficina: | meridiana ecatombe, lacerata | dal bisturi di luce del silenzio | – inesistenza: in carne troppo viva!” – scritto molto prima del viaggio] e alla “triste meraviglia” montaliana. Torno dalle prove (a due giorni dallo spettacolo) de La voce di chi resta. Ancora qualcosa da oliare, da perfezionare, ma buono nel complesso. Conosciuta Dalies (pure lei dell’Isola: suo il posto che poi ho preso io nel viaggio): poche parole, molto gestuale – contenta di avermi «finalmente conosciuto di persona!».

29/5/2000 – ore 23:00

Battuti al computer, e spediti alla Tessari di Zero41 via e-mail, i due racconti di Gigi Pozza pre-viaggio in Bosnia, profetici (A Mostar c’è un ponte e Trincee). Trascrivendoli, mi son ricordato d’un ‘titolo’ che m’aveva fulminato oggi a scuola mentre guardavo un filmato in bianco e nero sulla Resistenza Italiana insieme alla Va E; il titolo-flash era: Guerra in tecnicolor – il sangue scorre rosso, e si rafferma invece nero sui corpi martoriati... I morti son più realisitici che mai, con tutta questa tecnologia a disposizione oggi per videoriprenderli al naturale: eppure è tutto così atrocemente lontano, inimmaginabilmente ‘fìlmico’, pseudo, irreale per eccesso di realtà, saturo di accanimento realistico sui fatti... Insomma: un po’ di distanza data dal mezzo espressivo (il bianco e nero, per esempio: che allontana e dà un effetto di passato-memoria comunque ancora vivo e presente e operante e bruciante in chi lo rivede-rivive), può portare più vicino al cuore vero delle cose ‘trattate-tradotte’ con tale mezzo e metodo; invece che perseguire l’iperrealismo, che si alza come una paratìa inoltrepassabile e invisibile fra le cose raccontate e chi ne dovrebbe così venire a contatto e interessarsi, appassionarsi ad esse perché lo riguardano direttamente (ecco, l’immediatezza della comunicazione dipende dal medium utilizzato: e quello apparentemente più immediato e realistico, è in realtà il più indiretto e distanziante).

6/6/2000

Specie di titolo a posteriori per questo diario di dopoguerra: Vedi Sarajevo, e poi VIVI!

18/6/2000

La città era crivellata di spari, visibilmente martoriata dalla guerra e dalla morte che ancora si mostrava ovunque nelle facciate colabrodo dei palazzoni, nei buchi per terra e via di questo passo; però Sarajevo era piena dei rumori, dei colori e degli odori quotidiani della vita, una vita in cui sembrava esser tornata un po’ di pace, almeno un poca rispetto al delirio bellico. E non riuscivo a immaginare – col bel sole, la bella gente, le bellissime ragazze – il frastuono devastante della guerra, i colpi dei kalashnikov dei cecchini appostati tutt’intorno alla città, le granate e gli spari di mortaio in mezzo alle strade, con la gente che doveva attraversarle e si esponeva a tutto questo; niente, sentivo solo il silenzio, altissimo – e, a contrasto, i quieti rumori della pace attuale. Poi ho visto Dobrinja, e ho capito: in quella catacomba a cielo aperto, in quell’angosciante isola di memoria simile a un museo-cimitero mantenuto come la guerra l’aveva ridotto, in mezzo a un quartiere ricostruito e tornato tranquillo, in quel silenzio irreale ho finalmente sentito il frastuono insopportabile (insoffribile) della guerra, e le sue urla, e la sua puzza di carne bruciata, di sangue fresco, le schegge di violenza che ti trapassavano gli occhi e la vita, la lacerazione totale dell’anima... Amen.

Sarajevo: da macedonia culturale che era prima del conflitto, ora somiglia più a un frullato – e pure un poco rancido...
20/6/2000

Da qualche giorno leggo Rumiz, Maschere per un massacro: mi mancano le ultime 20 pagine. E tutto è chiaro, e tutto è limpido, su questo pantano immane ch’è la guerra nei Balcani. Schifosamente limpido, oscenamente limpido e trasparente: vedo il fondo melmoso e viscido di ogni inganno, di ogni violenza, di ogni battaglia. Ho preso anche Sarajevo, maybe di Bettin, e conto di leggerlo in coda a questo. Poi verrò all’Italia: sempre di Rumiz mi aspetta La secessione leggera; e ancora: Enzensberger, Prospettive sulla guerra civile. Programmino devastante. L’altro giorno Gigi mi ha fatto leggere 2 fogli che gli ha dato la Serena (Sinigaglia, la regista con cui stanno intanto facendo uno stage, e poi forse lavoreranno insieme lei e l’Isola allo spettacolo sui Balcani). La poetica di ’sta donna, anzi ragazza di 27 anni che è una bomba assoluta, è: “il desiderio di non sentirsi sempre e soltanto dei coglioni di fronte ai grandi e piccoli fatti della storia contemporanea”. E si rifà a Pasolini, a Rumiz, e al suo amore teatrale che è «lo zio Willy» (Shakespeare, naturalmente: su cui stan facendo lo stage adesso, mescolandoci Sarajevo e improvvisazione...). Quel che conta non è la meta finale, ma la voglia di andare: e quello e chi si vedrà e incontrerà nel frattempo, ciò che si imparerà per la strada – la meta è il percorso stesso, il ‘trarre agio dalla via’: il viaggio, insomma. Grandissimi. Tutti. Li amo.

21/6/2000

Dopo Rumiz: verso Serena. Guardiamo i notiziari per ascoltare messinscene, e andiamo a teatro per scoprire, avere, vedere, sentire, vivere finalmente la verità. Messinscena della menzogna vs rappresentazione della verità. “Info-tainment” vs teatro (visione della divinità: della vita).

26/6/2000

Sabato scorso (24) sono stato a vedere la prova aperta dell’Isola con la Serena: li ha massacrati. Lei è una miniera di idee, situazioni, pensieri, scene, parole, cambi di vedute e incroci tematici, cortocircuiti di significati – è pazzesca insomma, e dura, e fortissima. Ha ballato un po’ con loro, verso la fine, dopo averli addirittura ridicolizzati davanti ai loro amici e parenti, cioè noi: ha ballato con loro per dirgli, fisicamente anche se non a parole, che è con loro comunque, e non contro, qualunque cosa dica o succeda durante le prove, anche quando li bacchetta a morte. È magrolina ma non troppo, rosso-biondiccia di capelli, viso lungo, naso sottile e pronunciato, deciso, bocca e occhi mobilissimi, sereni e attenti, con una bella luce dentro. Non è uscita fuori tantissima Bosnia, nel complesso: più scene forti, opposte a scene «stile Baglioni» come le definiva la Serena. Mi è piaciuto molto Vanni che alla fine ha fatto un Gesù che poi si mette a volare con gli altri, fin che va una musica sul mare e le nuvole di Battiato. Poi anche Gigi, che ha fatto un demente di guerra, forse un po’ troppo patetico perché eccessivo, anche se tuttosommato appropriato all’orrore bellico... Che altro? Balli e musica a scelta libera, in un cospicuo mucchio di CD a disposizione di chi si sentiva di metter su quello che voleva al momento, secondo la situazione etc., canti improvvisati più o meno riusciti, e lo spogliarello finale tipo Full Mounty, con l’interazione-direzione vocale costante di Serena, fuori scena ma presentissima in ogni minimo gesto di tutti gli attori impegnati là.

A Sarajevo ho scritto che quella città in particolare, ma un po’ tutta la Bosnia, era come una macedonia eccetera. Però adesso ho pensato che certo lo era, una volta, prima della guerra: ma speriamo torni ad esserlo presto... Intanto, però, è stata ridotta a un frappé, a un frullato indistinto di frutta troppo rimescolata, e malamente assortita, fatta spappolare insieme a casaccio invece che sminuzzata e dosata poi con cura e attenzione – ed ora sta là, a marcire, abbandonata a se stessa, insapore e depressa di sé, oltre che del tutto disillusa rispetto agli altri paesi dell’Europa...

Sono due-tre mail che ribatto a una tipa libanese di 20 anni che studia economia, ingenua-utopistica, che va a Beyrouth, a casa sua, periodicamente, e si dispera per il suo paese martoriato a quel modo. Le parlo di Sarajevo, Mostar, e Bosnia... Le dico che è stata una guerra-affare di più Stati, e che adesso in Bosnia ci son solo i cocci rotti e nessuna colla per rimetterli assieme. Solo l’Occidente, come già previsto dai “signori della guerra”, potrà ora far qualcosa per ricostruire quel paese: e guadagnarci così su il suo!
Tutto era programmato, già scritto fin dall’inizio...
Altra cosa da precisare, anzi proprio correggere: il Danubio non va al mar Mediterraneo, come credevo; ma risale su verso est, per sfociare nel Mar Nero, bloccato proprio dalla catena montuosa dei Balcani a sud/sud-ovest...
Così, la Miljacka, il fiume che traversa Sarajevo e che sembra simboleggiare quella città come tutta la Bosnia, non arriva mai al mare: si ferma al grande lago nero tra Est e Ovest del mondo...
Arriva dove il mondo si incontra e si divide da se stesso. In mezzo: là, e fine...

9/7/2000 – ore 10:10

Probabile titolo per questo diario: Appunti e disappunti jugoslavi (riferito la prima parte alla visita là, e la seconda al ritorno con la lettura poi dei testi chiave per capire questi anni di guerra e alle riflessioni sul dopoguerra).

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[dai quaderni – ultimo stralcio]

2/9/2000 – DOMANDA

Perché la guerra è stata fatta esplodere in Bosnia – cioè a dire nel cuore stesso dell’Europa, esattamente nel meridiano d’incontro/scontro fra i due emisferi culturali della Terra (Oriente e Occidente) ma anche insieme proprio nel parallelo d’incontro/scontro fra le due metà del mondo (Nord e Sud), tra le quali è (a dir poco) piratescamente ripartito il capitale globale, ovverosia precisamente all’incrocio esatto da cui si dipartono e in cui confluiscono e conflagrano tutte le divisioni e subordinazioni e domini in atto oggi nel nostro pianeta – perché ciò è accaduto proprio e soltanto là, e nulla di analogamente insensato quanto razionale insieme, niente di così spettacolarmente pubblicizzato e demonizzato a un tempo è potuto succedere ad esempio negli Stati Uniti d’America, dove la miscela della multietnìa combinata col liberismo selvaggio provoca quotidianamente una reazione sociale spaventosa, che genera una quantità tale di vittime ragionevolmente paragonabile a quasi una vera e propria guerra civile, velata e mascherata da benessere e progresso?
Perché le colpe dell’Occidente si scontano ad Oriente? Anzi, adesso ancor più vicino a noi primomondisti: cioè in Medio Oriente, addirittura giusto sulla linea che demarca il confine tra Oriente e Occidente: i Balcani.
Secondo me, la guerra si sta riavvicinando poco a poco ai suoi ‘legittimi colpevoli’ (in questa formula, l’eco della illegittimità della proprietà, qualora sia preponderante per pochissimi e al contrario quasi nulla per la stragrande maggioranza delle altre persone, risuona come una inappellabile condanna – i cui esiti saranno presto manifesti): pian piano sta tornando a casa, torna indietro al mittente, che l’aveva spedita via lontano da sé con l’intento di attribuirne costi e ragioni a qualcun altro di apparentemente distante e non minaccioso, cercando di liberarsene.
La rimozione dei conflitti sociali (che certo ha tutte le apparenze di una ‘pace’, ma tale in realtà non è affatto: imponendo una riduzione forzata al silenzio dei soggetti subordinati da parte di chi detiene il potere economico) genera tensioni che sfoceranno in conseguenze assolutamente deflagranti, e micidiali, per l’Occidente.
Secondo me, il prossimo conflitto scoppierà proprio nel cuore del problema mondiale: l’America. E sarà terribile. Si spera soltanto che, almeno questa volta, ma proprio questa, si capisca finalmente che non è assolutamente ‘pace’ un conflitto che viene semplicemente congelato, ovvero solo momentaneamente disinnescato, con unico ed esclusivo danno dei soggetti deboli, che vengono tranquillamente trascurati e lasciati indifferentemente perire sotto la ‘pacifica’ azione dei dominatori. Mi auguro che, dopo ciò, quest’e/orrore non si ripeta – mai più.
Ma bisogna domandarselo, davvero, tutti quanti – ognuno per sé: Quali guerre, quotidianamente, io, sto personalmente perpetrando/perpetuando? E, soprattutto, provare – di continuo – a rispondere: nei fatti.